- Tutto quello che non sapevo sui colori
PARTE I – IL MONDO IN BIANCO E NERO
- Capitolo 1 – Il ragazzo che vedeva due colori
- Capitolo 2 – L’uomo che dipingeva il cielo
PARTE II – IL VIAGGIO A COLORI
- Capitolo 3 – Il rosso della terra e del vino
- Capitolo 4 – Il verde delle valli, dei pascoli e dei boschi
- Capitolo 5 – Il bianco delle montagne innevate e del silenzio
- Capitolo 6 – L’azzurro del mare e dell’anima
- Capitolo 7 – L’oro dei tramonti e dei campi
- Capitolo 8 – L’ambra delle promesse e delle ombre
- Capitolo 9 – Il grigio delle case di pietra e della memoria
- Capitolo 10 – Il paradosso del blu delle acque e del tempo
- Capitolo 11 – Il nero e il marrone della roccia
- Capitolo 12 – I profumi e i gusti della tradizione
- Capitolo 13 – I colori dei riti e della magia
PARTE III – I COLORI DELLA GENTE
- Capitolo 14 – Le mani e le radici: il colore del lavoro
- Capitolo 15 – I paesi che resistono: i toni dell’attesa
- Capitolo 16 – Le voci dei colori
- Capitolo 17 – Il calore dell’accoglienza
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PARTE IV – IL RITORNO ALL’INFANZIA
- Capitolo 18 – L’uomo che aveva imparato a vedere
- Capitolo 19 – Tutto quello che
oraso sui colori
PROLOGO – Tutto quello che so sui colori
Tutto quello che so sui colori l’ho imparato da Raffaele.
Mi ha insegnato, ad esempio, che il rosso e il blu sono due colori particolarmente importanti tra quelli dello spettro visibile e che tutti gli altri colori sono gradazioni di questi due. Il rosso è un colore che tende a venirti incontro, quasi a volerti aggredire, mentre il blu tende ad allontanarsi dall’osservatore e lo si guarda distaccarsi dalla vista con una punta di nostalgia e rammarico.
A pensarci bene, l’uomo porta in sé questa polarità e precisamente nel suo sistema circolatorio sanguigno: il sangue arterioso ricco di ossigeno è di un bel colore rosso acceso, mentre il sangue venoso ricco di anidride carbonica è di un colore bluastro.
Queste e molte altre informazioni sui colori le ho imparate attraverso degli studi che ho fatto allorquando il mio amico Raffaele mi spiegò che, da queste parti, il cielo ha dei colori così particolari che non si possono spiegare, e continuava a raccontarmi di una specifica tonalità di colore che si chiama Azzurro Persia.
E poi mi ha parlato dell’azzurro Persia. Io non sapevo nemmeno che esistesse.
Sono nato sotto uno di questi cieli azzurri che da queste parti tutti amano perché sembra che l’azzurro di questi cieli sia unico al mondo.
Non è l’azzurro del cielo, che so io, di Milano, oppure di Roma. È un azzurro diverso, è un po’ più azzurro. Si dice che l’azzurro abbia una quantità pazzesca di varianti.
Una volta uno che studiava i colori ne ha distinte trentadue. Trentadue variazioni di azzurro metterebbero in difficoltà chiunque per riconoscerle una per una. Vorrei vedere te indicare esattamente ciascuna sfumatura: azzurro chiaro, scuro, azzurro melange, azzurro cielo, azzurro mare, ecc., ecc.
Non è di quei pittori che fanno i quadri, lui è uno di quegli artigiani che cambia il colore alle pareti delle case. Ironia della sorte, questo mio amico gira sempre con uno strano strumento in tasca.
Una volta glielo presi e capii finalmente la complessità dei colori, la loro immensità, la loro difficoltà a decifrarli con chiarezza. Quel piccolo strumento colorato che si porta dietro si chiama pantone.
È la sua Bibbia.
Il pantone è uno strumento di lavoro sul quale ci sono tutti i colori che la nostra fantasia può immaginare. Mi ha mostrato come ogni colore è contraddistinto da un numero. Che genialata!
dice sempre che è impossibile per l’occhio umano riconoscere le sfumature. I colori dipendono da un sacco di cose, persino dall’umore di chi li guarda.
Cosa vuol dire, ad esempio, che il mare è blu? Il mare cambia colore in conseguenza di molti fattori: a volte è blu chiaro, altre è blu scuro, blu notte, azzurro, persino verde, verde acqua: dipende da quello che c’è intorno mentre lo guardi, ma anche da quello che hai dentro mentre lo osservi.
Ecco perché con i colori possiamo sbagliare, ma con i numeri no.
Raffaele si affannava a spiegarmi esattamente com’erano fatti questi cieli. Io quell’azzurro non potevo vederlo, non è che sapessi distinguere i trentadue colori in cui si divide l’azzurro, io non ne potevo distinguere nemmeno uno. Non sapevo distinguere nemmeno il rosso, il giallo, l’arancio, il verde.
Sono nato vedendo tutto il mondo in bianco e nero.
Raffaele rimase male quando lo capì, e per un sacco di tempo non mi ha più detto com’era bello quell’azzurro cielo. Il mondo era tutto così per me. Niente migliaia di colori, niente variazioni d’azzurro, niente pantone, niente sfumature del mare, dell’erba. Niente di niente: solo bianco e nero.
Ed è lì che ho scoperto una cosa che sa soltanto chi vede in bianco e nero, come me. Tu che vedi a colori, non fai più caso a certe sfumature.
A te sembra di poter vedere il mondo con tutti i suoi colori, ma sai una cosa?
Sei un illuso.
Proprio perché hai la fortuna di vedere tutti i colori, perdi di vista le sfumature. Sapere di avere solo due colori e farseli bastare come averli tutti: ecco la vera magia.
Ci vuole abilità, e anche un sacco di fantasia.
E a me per fortuna questa non è mancata, per tutta la mia vita.
PARTE I – IL MONDO IN BIANCO E NERO
Capitolo 1 – Il ragazzo che vedeva due colori
Sono nato in un paese piccolo, incastonato tra colline di pietra e silenzi antichi.
Lì, dove l’aria profuma di terra bagnata e il tempo sembra non aver mai fretta, ho imparato che non tutti vedono il mondo allo stesso modo. Io, ad esempio, lo vedevo solo in due colori.
Il bianco e il nero.
Mentre i miei coetanei correvano nei campi gridando “Guarda che tramonto rosso!”, io mi fermavo confuso, cercando di immaginare quel rosso che loro vedevano e che a me sfuggiva come un segreto custodito dal cielo.
Provavo a chiedere: “Ma com’è fatto il rosso?” E loro mi guardavano come se avessi fatto una domanda assurda. “È rosso, ecco com’è fatto,” rispondevano, e tornavano a giocare.
Era frustrante, a volte doloroso. Ma non lo dicevo a nessuno. Temevo che, sapendolo, avrebbero smesso di parlarmi dei colori. E io non volevo perdere quelle storie, quelle descrizioni che riempivano la mia immaginazione anche se non riuscivo a vederle.
Poi arrivò Raffaele.
Non so dire se fosse più vecchio o più saggio, ma portava negli occhi una calma che sembrava appartenere a un mondo più lento, forse più vero.
Faceva il pittore, o almeno così lo chiamavano. In realtà era un imbianchino, uno di quelli che sanno cambiare il volto di una casa con un pennello e una scala di legno. Ma per me era molto di più: era un uomo che dipingeva la vita.
Mi parlava di colori come altri parlano di musica.
Diceva che il blu poteva essere triste come una domenica d’inverno, e il giallo allegro come una risata di bambino. Io lo ascoltavo rapito, anche se di quei toni non ne avevo mai visto nemmeno uno. Mi bastava immaginarli, e qualcosa dentro di me si accendeva.
Fu lui a regalarmi, un giorno, un piccolo pantone.
“Questo è il mondo”, mi disse, posandolo tra le mie mani come fosse un tesoro.
Un mondo fatto di numeri, di sfumature, di possibilità. Sfogliavo quelle strisce colorate come fossero preghiere, anche se per me erano solo ombre di grigio. Ma in quelle pagine c’era qualcosa che non avevo mai trovato prima: la promessa che, anche se non potevo vedere i colori, potevo sentirli.
Cominciai allora a cercarli altrove: nei profumi del pane appena sfornato, nel calore del sole sulle mani, nel canto delle rondini. Ogni cosa aveva un tono, una sfumatura nascosta che la vista non poteva cogliere, ma che il cuore imparava a riconoscere.
Un giorno gli chiesi: “Raffaele, com’è l’azzurro?”
Lui si fermò, poggiò il pennello, e per un momento sembrò cercare le parole giuste.
Poi sorrise. “L’azzurro è nostalgia. È il colore di ciò che ami e non puoi toccare.”
Non sapevo ancora che quella risposta mi avrebbe accompagnato per tutta la vita.
Da quel momento iniziai a capire che non ero prigioniero del mio limite, ma custode di una promessa: un giorno avrei trovato il modo di vedere il mondo con gli occhi di Raffaele. O forse, pensai mentre tornavo a casa quella sera, con qualcosa di ancora più profondo.
Capitolo 2 – L’uomo che dipingeva il cielo
Raffaele abitava in una casa che odorava di calce e di tempo.
Ogni mattina lo vedevo uscire con il suo secchio, i pennelli, e quello strano libriccino che portava sempre nel taschino della camicia: il pantone.
Diceva che era la sua bussola. Io lo seguivo in silenzio, incuriosito da quel modo di guardare le pareti come se fossero tele.
«Vedi,» mi diceva mentre stendeva il colore su un muro scrostato, «il cielo non è mai uguale. Cambia con l’aria, con la stagione, con la speranza della gente. Io non dipingo pareti, io cerco di rimettere al mondo un po’ di cielo.»
Mi piaceva ascoltarlo parlare.
Le sue mani si muovevano lente e sicure, e ogni pennellata sembrava un gesto d’amore. A volte si fermava, si puliva la fronte con il dorso della mano e guardava il lavoro fatto con un sorriso appena accennato.
«Perché sorridi?» gli chiesi una volta.
«Perché ogni muro racconta una storia. E io ho il privilegio di dargli una voce nuova.»
Raffaele non aveva studiato, ma parlava come un poeta.
Mi raccontava che un tempo aveva lavorato nei paesi della valle, dove le case si tingevano di azzurro per far entrare la luce.
Mi spiegava che il rosso era il colore della terra e della fatica, il verde quello del riposo e della fede, il bianco quello delle montagne che respirano il silenzio.
Io lo ascoltavo con la fame di chi vuole capire.
Ogni sua parola era una finestra che si apriva su un mondo che non potevo vedere, ma che cominciavo a sentire sempre più vicino.
Un pomeriggio d’estate, mentre dipingeva la facciata di una casa sulla piazza, gli chiesi perché continuasse a lavorare con la stessa pazienza anche quando nessuno sembrava farci caso.
Si fermò, poggiò il pennello sul bordo del secchio e mi guardò con quegli occhi che sapevano vedere oltre le superfici.
«Perché i colori servono anche a chi non li vede. Servono per ricordarci che la vita non è mai solo quello che appare. Tu questo lo sai meglio di me.»
Rimasi in silenzio, con un nodo alla gola.
Per la prima volta, mi resi conto che forse Raffaele dipingeva anche per me.
Fu in quei giorni che iniziò a parlarmi della Basilicata come di una tavolozza infinita.
Mi descriveva i paesi come sfumature di un’unica grande pittura: diceva che ogni borgo aveva il suo colore, il suo tono, la sua voce.
Mi raccontava dell’oro dei campi tra Grottole e Matera Matera e Grottole, il paese dell’affascinante Chiesa Diruta, del rosso della terra del Vulture, dell’azzurro di Maratea che si scioglieva nel mare, del verde dei boschi del Pollino.
«Un giorno,» mi disse mentre puliva i pennelli in un secchio d’acqua torbida, «dovrai andare a vederli. Non con gli occhi, ma con tutto il resto di te.»
Lo guardai perplesso. «Come si fa a vedere senza occhi?»
«Con le mani, con il naso, con le orecchie. Con il cuore, soprattutto. I colori non sono solo luce, sono vita. E la vita si sente in mille modi diversi.»
Da allora iniziai a sognare un viaggio. Non sapevo dove mi avrebbe portato, ma intuivo che, da qualche parte, tra le pietre e i silenzi di questa terra, avrei trovato il mio colore.
E forse, pensavo nelle notti insonni, avrei trovato anche me stesso.
PARTE II – IL VIAGGIO A COLORI
Capitolo 3 – Il rosso della terra e del vino
Fu Raffaele a dirmelo per primo, una mattina mentre preparava la sua borsa degli attrezzi:
«Il rosso è il colore che cammina dentro la terra. Non lo vedi, ma scorre, pulsa, chiama. È il sangue che tiene insieme le radici e le parole.»
Quel giorno stavamo attraversando la campagna che da Rionero si allunga verso Barile, famosi per le loro cantine.
Era settembre, e l’aria odorava di mosto e legna bruciata. I grappoli pendevano dalle viti come vene vive, gonfie di sole. La terra, ferrosa e scura, aveva un profumo intenso che mi riempiva i polmoni.
«Senti questo odore?» mi chiese Raffaele fermandosi in mezzo a un vigneto.
Annuii, respirando profondamente.
«Questo è il rosso. Non è solo un colore da vedere, è una sensazione. È caldo, denso, forte. Come il sangue che ti scorre nelle vene quando corri.»
Toccai la terra con le mani.
Era umida, quasi appiccicosa, e lasciava una traccia scura sulla pelle. Per la prima volta, sentii che forse stavo iniziando a capire.
Raffaele camminava davanti a me con passo lento, toccando le foglie delle viti come se le benedicesse. «Questa è terra di fuoco,» disse, «nata da un vulcano che dorme da secoli, ma respira ancora. È lui che dà il rosso al vino e la forza alla gente. Qui il colore dolore diventa passione e la passione diventa canto???.»
Melfi appariva in lontananza, con il suo castello normanno che dominava la piana come una nave ancorata nel tempo. Mi parlò di Federico, delle sue leggi e dei suoi sogni, ma disse che il vero impero era quello che si estendeva nei filari di Aglianico, tra l’odore di terra umida e il silenzio dei contadini curvi sui tralci.
A Barile, il rosso cambiava voce. Le cantine scavate nella roccia nera erano fresche e umide, piene di sussurri e di memoria. Le botti custodivano segreti antichi, e il vino pareva respirare dentro di esse come una creatura viva.
«Ogni botte è un confessionale,» mi spiegò Raffaele mentre accarezzava il legno di una botte antica. «Dentro, la terra dice quello che fuori non osa dire. È un dialogo lento, come la fede o l’amore.»
Entrammo in una cantina dove un vecchio ci accolse con un tenero sorriso sdentato. Versò due bicchieri di vino rosso scuro, quasi nero. Raffaele lo sollevò contro la luce di una candela.
«Guarda come si muove,» mi disse. «Il rosso non sta fermo, danza. È vivo.»
Io non potevo vedere quel rosso, ma quando portai il bicchiere alle labbra e assaggiai, sentii il calore esplodermi in bocca.
Era intenso, pieno, con un retrogusto che sapeva di terra e di sole.
Era questo il rosso? Questa forza che ti prende e ti scuote?
Ripacandida, terra di santi, ci accolse nel Santuario di San Donato ci accolse con e le sue chiese affrescate. Raffaele mi descrisse i santi e i demoni che lottavano sotto la stessa luce, tutto intriso di rosso: le vesti, le fiamme, i cuori trafitti. «Il rosso del peccato e del perdono,» disse, «quello delle mani che lavorano e delle labbra che pregano.»
A Rionero in Vulture, il vino aveva un suono. Era il riso che usciva dalle case, le voci che si mescolavano nelle strade, la musica che saliva dalle osterie.
Raffaele mi guardò con complicità e disse: «Questo è il rosso della gente che resiste. Che canta, anche quando la vendemmia è magra. Perché sa che ogni autunno, prima o poi, porta con sé un nuovo inizio.»
Attraversammo Ginestra e Maschito, paesi di pietra e vento dove le insegne bilingui raccontavano storie di migrazioni e ritorni, di lingue che si erano fuse come due vini versati nello stesso bicchiere.
L’ombra lunga della torre dell’orologio di Montemilone scivolava sulle pietre del borgo, ricordandoci che la bellezza trova più senso quando incontra l’utilità.
A Forenza, la luce del tardo pomeriggio sembrava incendiare ogni cosa, e Raffaele mi fece notare come persino l’aria vibrasse diversamente.
Ci stupimmo poi nel vedere i mosaici di vetro, pezzi di specchi e ceramica che adornavano le pareti del centro come se provenissero da mani sapienti che uniscono l’arte alla pazienza.
E lì, in quel borgo medievale, un Cristo ligneo, ci lasciò senza parole.
Proseguendo, Ci fermammo in un’osteria a Venosa, dove un vecchio ci servì un bicchiere colmo fino all’orlo. «Questo non lo bevi,» disse con voce solenne, «lo ricordi.»
E io lo capii subito: quel rosso non era un sapore, ma un tempo. Bevendolo sentii il ronzio delle api nei vigneti, il cigolio dei carri sui sentieri, il respiro della terra che si prepara al riposo. Ogni sorso era un ritorno, un frammento di memoria che riaffiorava da lontano.
Venosa ci accolse con la sua maestosità gentile.
Le pietre della chiesa incompiuta erano come versi lasciati a metà, e Raffaele sussurrò: «Anche la bellezza, a volte, ha bisogno di restare sospesa.»
Camminammo tra le rovine romane, e mi raccontò come la luce del tramonto colasse sulle colonne.
Da Atella a Balvano, da Bella a Ruvo del Monte, ogni paese sembrava custodire una sfumatura diversa di rosso.
A Rapone le colline si accendevano al tramonto, e Raffaele mi disse che era come guardare un incendio lento e dolce. Come le fiabe che in quel posto si raccontano.
A Castelgrande, i campanili riflettevano gli ultimi raggi del sole, e ogni pietra sembrava trattenere il calore del giorno come una promessa fatta al cielo. Quella volta celeste che potemmo ammirare dall’osservatorio astronomico che sovrasta il paese.
Continuammo verso San Fele, dove l’acqua delle cascate si mischiava con i riflessi del tramonto, creando un gioco di luci e ombre luce e ombra che Raffaele chiamava “il respiro del rosso”.
A Muro Lucano, il paese quasi distrutto dal terremoto del 1980, Sant’Andrea di Conza, tra le rovine dell’antico paese distrutto dal terremoto, il rosso era memoria e dolore, ma anche rinascita. «Vedi,» mi disse Raffaele, «il rosso non mente. Quando lo guardi, ti mostra se è vivo o spento.»
A Baragiano e Picerno, il vino tornò protagonista. Le vigne risalivano i versanti come gradini verso il cielo, e il profumo dell’Aglianico si confondeva con quello del pane appena sfornato. Raffaele sollevò il calice, lo osservò con attenzione e disse piano: «Ogni rosso è una storia, e ogni storia, se la ascolti bene, ha un sapore di casa.»
A Baragiano dal rosso della terra affioravano resti di civiltà passate.
Attraversammo Savoia di Lucania, dove i tetti delle case sembravano bruciare sotto il sole, e Vietri di Potenza (PAG. 44) e dove la terra rossa si mescolava con il tufo chiaro i colori chiari delle abitazioni.
In lontananza, i calanchi di le rupi di Sant’Angelo Le Fratte, il paese delle case con la roccia dentro, dove il centro storico era un tripudio di colori che fuoriuscivano dai murales sulle case. Quelle mura si coloravano d’oro e porpora, e io pensai che forse il rosso era anche il colore dell’anima che non smette di cercare.
Quando infine arrivammo a Castelmezzano, il sole moriva dietro le Dolomiti lucane.
Il rosso diventava ombra, memoria, silenzio.
Mi sedetti su un masso, e Raffaele rimase in piedi accanto a me, con le mani in tasca e lo sguardo perso nell’orizzonte.
«Ogni terra ha un colore che la governa,» disse dopo un lungo silenzio. «Questa ha scelto il rosso, perché conosce la passione, ma anche il dolore. Il rosso non mente: quando lo guardi, o quando lo senti come fai tu, ti mostra se è vivo o spento.»
Quella notte, davanti al fuoco in una piccola locanda, capii che il rosso non era solo un colore.
Era una voce che saliva dal profondo, un battito antico che continuava a muovere la Basilicata l’antica Lucania.
E io, per la prima volta, cominciavo davvero a sentirla parlare dentro di me.
Capitolo 4 – Il verde delle valli, dei pascoli e dei boschi
«Il verde è il respiro della terra,» disse Raffaele mentre ci incamminavamo verso le montagne, «quello che non si vede ma si sente, come il battito del cuore quando ti fermi ad ascoltare.»
Partimmo all’alba, con la nebbia che si arrampicava lenta tra gli alberi. Le montagne del Pollino si stagliavano davanti a noi, solenni come guardiani di pietra. L’aria era diversa qui, più fresca, più pulita. Ogni respiro aveva il sapore dell’erba bagnata e delle resine.
«Chiudi gli occhi,» mi disse Raffaele fermandosi in mezzo a un prato.
Obbedii, e improvvisamente il mondo si aprì in un modo nuovo. Sentivo il vento muovere le foglie con un fruscio continuo, il canto degli uccelli che sembrava provenire da ogni direzione, il profumo intenso di menta selvatica e muschio.
«Ecco,» sussurrò Raffaele. «Questo è il verde. Non è un colore fermo, è movimento. È vita che cresce, che respira, che non si ferma mai.»
Da Rotonda a Viggianello, da Terranova del Pollino a San Severino Lucano, tutto pareva appartenere a un unico respiro. Gli alberi si muovevano piano, e il vento faceva ondeggiare le fronde come vele di navi invisibili.
Raffaele si chinò, raccolse un pugno di muschio e me lo porse. «Toccalo. Sentilo.»
Era morbido, umido, quasi vivo sotto le dita.
«Questo è il cuore del verde,» disse. «Tiene l’umidità come una memoria, conserva il passo di chi passa, il fiato di chi sogna.»
Tra i pini loricati, le antiche sentinelle del Pollino, il vento sussurrava storie che nessuno scrive ma che gli uomini anziani conoscono e tramandano a memoria.
Ogni tronco portava cicatrici di secoli, eppure da ognuna nasceva nuova vita. Raffaele mi fece toccare la corteccia ruvida di un albero millenario.
«Senti? È ancora vivo. Respira con noi.»
A Francavilla in Sinni, il fiume disegnava curve lente nella valle, e l’aria profumava di menta e di terra bagnata. I campi di erbe e ginestre si alternavano ai pascoli, e i pastori salivano verso le alture con passo misurato, portando il suono dei campanacci come una preghiera antica.
«Qui il verde non è un colore,» disse Raffaele mentre ci sedevamo su una roccia a riposare, «è una musica che si accorda con il respiro dell’uomo.»
Seguimmo il corso del fiume, passando per borghi dove il verde dominava ogni cosa.
A Marsicovetere, abbarbicata sul Volturino, su un crinale che guarda la valle come un nido sospeso, l’aria aveva un profumo di fieno appena tagliato.
A Moliterno, tutto odorava di formaggio stagionato e di pascoli, e le mani degli uomini sapevano ancora di erba e di sale.
Quando raggiungemmo Viggiano, la Madonna Nera tornava al suo santuario in processione. Il corteo saliva tra le fronde, e ogni passo sembrava un atto di fede nel colore del mondo. «Guarda,» mi disse Raffaele, anche se sapeva che non potevo vedere, «il verde si inginocchia quando passa la devozione. Non serve altro segno per dire che la terra prega con noi.»
A Grumento Nova camminammo tra le rovine di Grumentum, dove l’erba cresce tra le colonne spezzate e le radici accarezzano il marmo le pietre. Raffaele si fermò davanti a un capitello coperto di muschio.
«Il verde non distrugge,» mormorò, quasi parlando a sé stesso. «Ricuce. È il colore che guarisce il tempo.»
Da Montemurro a Spinoso, il paesaggio diventava più dolce.
L’acqua del Pertusillo dominava il silenzio Gli ulivi piegavano i rami sotto la brezza, e i campi di fagioli di Sarconi punteggiavano le vallate. Le donne, chine nei campi, si muovevano lente e precise, come se ogni gesto fosse una forma di preghiera silenziosa.
«Vedi quelle donne?» mi chiese Raffaele, indicando un gruppo che lavorava in lontananza. «Loro conoscono il verde meglio di chiunque altro. Lo toccano ogni giorno, lo curano, lo rispettano.»
A Tramutola e Paterno, l’acqua scorreva limpida tra i canali, e l’erba cresceva alta, nutrita da quella purezza che solo la montagna sa dare le montagne circostanti sanno dare. Mi chinai a bere da un ruscello una fontana, e l’acqua era così fredda che mi tolse il respiro.
Da Abriola, il paese custode delle reliquie di San Valentino, protettore degli innamorati, a Laurenzana, il paesaggio era un tappeto di vallate e colline montagne che respiravano lente, immerse in un silenzio umido e buono. Qui, dove l’imponente castello dominava l’abitato, memoria statica di un nobile passato, visitammo un’antica filanda, esempio di protoindustrializzazione lucana.
A Sasso di Castalda, attraversammo il Ponte alla Luna. Sotto di noi il verde era un abisso vivo, una vertigine che pulsava. Mi affacciai dal ponte, e per un momento ebbi paura. Raffaele mi posò una mano sulla spalla.
«Il verde non è quiete, è coraggio. È ciò che cresce dove nessuno crede possa nascere nulla. E qua, proprio tra queste case di pietra, dal coraggio di intraprendere un viaggio tra i continenti pieno di incertezze, ha origine un frammento importante di conquista della Luna».
Quel camminare nel vuoto, sospeso a più di 100 metri dal suolo, l’essere tra cielo e terra, mi fece sorgere una domanda: chissà se un giorno avrei visto il mondo a colori, con tutte le sfumature dell’azzurro.
Raffaele forse avrebbe saputo rispondermi, ma non ebbi il coraggio di chiederglielo per paura di una risposta che potesse ferirmi.
Proseguimmo verso Satriano di Lucania, dove i murales raccontano storie di alberi e uomini in simbiosi perfetta, e poi verso Tito, dove il verde si fa casa: orti curati, ulivi alberi secolari, colline coltivate con cura antica. Era il verde dell’uomo, addomesticato ma mai domato.
«Questo,» disse Raffaele fermandosi davanti a un orto perfettamente ordinato, «è il colore del patto tra la terra e chi la custodisce. Qui il lavoro diventa rispetto.»
A Brienza, la patria di Francesco Mario Pagano, il castello vegliava sui tetti come un pastore immobile. Il fiume scorreva ai suoi piedi, e il verde si tingeva di riflessi d’ambra quando il sole cominciava a calare. Ogni sera, il vento scendeva dal Sirino dal Monte portando l’odore di foglie bagnate e legna arsa.
Raggiungemmo Pignola, dove le acque del Pantano riflettevano l’intero cielo. Le canne ondeggiavano lente, e le rane cantavano un salmo d’acqua e vita. Mi sedetti sulla riva e chiusi gli occhi, lasciandomi avvolgere da quel canto.
Più a sud, ad Anzi, a Trecchina, i castagneti i boschi salivano verso la montagna, verso l’osservatorio astronomico, come una scala di respiro. Ogni albero pareva custodire una storia. Raffaele mi fece abbracciare un castagno una quercia secolare, e sentii sotto le mani la rugosità della corteccia, il calore che il tronco aveva assorbito dal sole.
«La Basilicata non ha bisogno di gridare,» disse Raffaele, mentre la sera scendeva lenta. «Le basta respirare. Il verde non chiede di essere visto, ma di essere ascoltato.»
Sedemmo su una pietra, in silenzio. Il giorno calava piano, e il cielo prendeva sfumature che Raffaele chiamava “verde di giada”.
Raffaele accese la pipa e guardò verso il bosco. Il fumo saliva lento, mescolandosi con la nebbia serale.
«Il verde,» disse piano dopo un lungo silenzio, «è la promessa che la vita mantiene. Ogni volta che tutto sembra morire, lui torna. Silenzioso, ma inevitabile. Come l’erba dopo l’inverno, come la speranza quando non la cerchi più.»
Rimasi seduto accanto a lui finché le stelle cominciarono ad apparire, una ad una, nel cielo che si faceva sempre più scuro. E per la prima volta, sentii di far parte di quel respiro verde, di quella vita che continua, sempre, nonostante tutto.
Capitolo 5 – Il bianco delle montagne innevate e del silenzio
«Il bianco è il colore del respiro trattenuto,» disse Raffaele, mentre la neve cadeva lenta tra i rami dei pini. «Non urla, non chiede nulla. Ti avvolge e ti mette a nudo.»
Era inverno quando ci avventurammo nel cuore del Lagonegrese. La neve aveva cancellato ogni confine tra cielo e terra, e il mondo sembrava sospeso in un silenzio che non intimoriva, ma invitava al rispetto. Le montagne del Sirino si ergevano come altari di luce, e ogni passo affondava nella neve fresca con un cigolio ovattato.
«Ascolta,» mi disse Raffaele fermandosi.
Non c’era niente da ascoltare. O meglio, c’era tutto: il silenzio stesso sembrava avere una voce, un peso, una presenza.
«Questo è il bianco,» sussurrò. «Non è vuoto. È pieno di tutto ciò che potrebbe essere.»
A Lagonegro, la neve ricopriva tetti e strade strette come una coperta.
Entrammo in una piccola chiesa, dove il nostro respiro diventava vapore visibile nell’aria gelida.
Raffaele mi raccontò di una leggenda legata a un dipinto prezioso, nascosto secoli fa da mani in fuga alla Monna Lisa, la donna più misteriosa della storia.
Il marmo bianco e le navate vuote sembravano custodire il tempo stesso: ogni passo produceva un suono ovattato, ogni respiro diventava eco.
«Senti come il bianco cambia anche i suoni?» mi chiese. «Tutto diventa più morbido, più lontano. Come se il mondo intero avesse bisogno di riposare.»
Proseguimmo verso Lauria, disteso distesa tra due colli, terra di beatitudine.
La nebbia scendeva lenta, e il castello Ruggero emergeva come un relitto sospeso tra cielo e terra. Il fumo dei camini si confondeva con la foschia e Raffaele sorrise: «Anche il fumo è bianco,» disse, «è il segno che qualcosa brucia e si trasforma, ma continua a salire verso il cielo.»
Mi fece notare come il fumo uscisse dai comignoli e si dissolvesse lentamente nell’aria.
Era ipnotico, quasi meditativo.
Qui i castagneti salivano verso la montagna come una scala di respiro. Qui ogni albero pareva custodire una storia. Raffaele mi fece abbracciare un castagno secolare, e sentii sotto le mani la rugosità della corteccia, il calore che il tronco aveva assorbito dal sole.
Le cime del Monte Coccovello scintillavano come vetro, e il vento portava un profumo pungente di neve e resina il fresco pungente della neve.
«Annusa,» mi disse Raffaele fermandosi. «Il bianco ha anche un odore. È pulito, tagliente, come il primo respiro del mattino.»
Aveva ragione. L’aria era così pura che quasi faceva male ai polmoni.
A Rivello, il paese arroccato sembrava un presepe dimenticato. Le case, velate di brina, custodivano piante spoglie e ringhiere silenziose. «Il bianco qui,» mormorò Raffaele, «è sospensione. Non distrugge, non uccide. Custodisce.»
Camminammo per i vicoli deserti, e il silenzio era così profondo che potevo sentire il battito del mio cuore. Ogni tanto, una finestra si illuminava, e vedevo ombre muoversi all’interno: vita che continuava, protetta dal freddo.
A Nemoli, il lago Sirino era un cristallo sospeso. Camminammo lungo la riva ghiacciata, e i nostri passi producevano suoni strani, come scricchiolii lontani. Raffaele raccolse un sassolino e lo lanciò sul ghiaccio. Il sasso scivolò lontano, producendo un suono musicale.
«Vedi? Anche il bianco sa suonare.»
Quando andammo verso Castronuovo di Sant’Andrea e Teana, intorno al Monte Raparo la neve copriva ogni sentiero, ogni tetto, ogni segno di vita.
Le montagne sembravano indossare un mantello di silenzio, e persino i suoni si piegavano al ritmo della neve.
Raffaele raccolse un pugno di neve, lo strinse tra le mani e lasciò che scorresse tra le dita come sabbia bianca.
«Vedi,» disse, «più cerchi di trattenerlo, più ti sfugge. Il bianco è come il tempo: si concede solo a chi sa aspettare.»
A Carbone, l’odore dei tartufi e dei camini si mescolava con l’aria fredda, e le orme nella neve raccontavano storie silenziose di chi era passato prima di noi.
«Guarda,» mi disse Raffaele indicando delle orme. «Queste sono di un capriolo. È passato stanotte. E queste più piccole sono di una volpe. Il bianco è come una pagina dove tutto lascia traccia.»
Raggiungemmo Fardella, dove il bianco aveva ricamato ringhiere, insegne e campanili. Qui il silenzio diventava casa, un silenzio condiviso, fatto di respiro lento e passi misurati. Raffaele camminava con attenzione, come chi riconosce un volto familiare in ogni dettaglio del paesaggio.
«Il bianco,» disse fermandosi davanti a una fontana ghiacciata, «è l’inizio e la fine. È il foglio su cui tutto può rinascere.»
Scendemmo verso Episcopia, e il sole fece brillare il ghiaccio come oro pallido. Le campane lontane sembravano amplificare ogni suono, trasformando la vita quotidiana in canto sacro.
A Calvera, i vortici di neve tra le case sembravano danzare con il vento, creando piccoli mulinelli che si formavano e si disfacevano in continuazione.
A Chiaromonte, che domina la valle del Sinni, si perdeva sotto un manto di bianco, e ogni forma assumeva contorni morbidi, indefiniti. «Ascolta,» disse Raffaele, «non senti niente, eppure tutto parla. Il bianco è la voce di ciò che non ha più bisogno di parole.»
Proseguimmo verso Latronico e Castelsaraceno, dove la neve scendeva densa tra le strade strette e le case di pietra. E quando incontrava le calde acque sulfuree ornava a essere acqua. A Terranova di Pollino,
A Castelsaraceno il silenzio era così intenso che ogni scricchiolio del ghiaccio sembrava un battito di cuore. Un ponte d’acciaio tesseva l’unione tra passato e futuro.
Incontrammo un vecchio pastore che scendeva dalla montagna con il suo gregge. Le pecore sembravano fantasmi bianchi nel paesaggio bianco, e solo il suono dei campanacci le rendeva reali.
«Buongiorno,» disse il pastore, fermandosi accanto a noi.
«Come va lassù?» chiese Raffaele.
«Tranquillo. La neve protegge. Sembra freddo, ma sotto c’è calore. La terra riposa.»
Quando il vecchio ripartì, Raffaele mi disse: «Hai sentito? Anche lui conosce il segreto del bianco. Non è morte, è riposo.»
Risalimmo verso Calvello, dove il bosco si infittiva di querce e castagni. La luce filtrava tra le fronde creando giochi d’ombra sul sentiero, e ogni passo era un tuffo nell’ombra profumata di terra e resina. Qui le ceramiche fanno da cornice alle costruzioni di pietra, valorizzando ogni elemento del paese e dando quel tocco d’arte a tutto il borgo.
A Marsico Nuovo A Laurenzana e Calvello, il bianco ricopriva campi e boschi, e le ombre si allungavano in morbide sfumature di luce. Gli alberi spogli sembravano disegni a china su carta bianca, e ogni ramo aveva una bellezza essenziale, geometrica.
Quando la sera calò, ci fermammo su un’altura sopra Castelluccio Inferiore. Corleto Perticara. La luna illuminava in lontananza, fino ad Armento e Gallicchio, il mondo con una luce lattiginosa, sospesa tra le nuvole. Il freddo era pungente, ma ci sedemmo comunque su una roccia, avvolti nelle nostre giacche.
«Il bianco,» concluse Raffaele dopo un lungo silenzio, «è la promessa del ritorno. Ogni volta che la neve cade, la terra respira. Si riposa. Si prepara.
Non c’è silenzio più vivo del suo.»
Seduto accanto a lui, guardando quel mondo trasformato, capii che il bianco non era vuoto, ma attesa. Era la pausa tra un respiro e l’altro, la sospensione che permette al mondo di parlare con la voce sommessa della montagna.
Sotto quel manto di neve, ogni valle, ogni monte, ogni paese della Basilicata lucano sembrava trattenere il segreto della vita, pronto a restituirlo a chi sa guardare e ascoltare.
«Hai freddo?» mi chiese Raffaele.
«Un po’.»
«Bene. Il freddo ti fa sentire vivo. Ti ricorda che sei qui, ora, in questo momento.»
Rimanemmo seduti ancora un po’, finché le dita cominciarono a intorpidirsi.
Poi scendemmo verso valle, lasciando impronte profonde nella neve fresca.
E dietro di noi, il vento le cancellava lentamente, come se il bianco volesse tornare perfetto, inviolato, pronto per una nuova storia.
Capitolo 6 – L’azzurro del mare e dell’anima
«L’azzurro,» diceva Raffaele mentre ci dirigevamo verso la costa, «non è un colore. È una direzione.»
E mentre lo diceva, guardava l’orizzonte, là dove la terra lucana si abbandona al mare. Io non potevo vedere quell’azzurro, ma sentivo che c’era qualcosa di diverso nell’aria: era più leggera, più salata, più vasta.
«Chiudi gli occhi e respira,» mi disse.
Eravamo nei pressi di Trecchina.Obbedii. L’aria aveva un sapore nuovo, pungente, che mi riempiva i polmoni in modo diverso. Era l’aria del mare, anche se ancora non lo vedevo.
«Senti? È l’azzurro che viene verso di te. Ha un sapore, un odore, un modo di toccarti la pelle.»
Partimmo dal punto più occidentale della Basilicata, dove le montagne si piegano verso il Tirreno per arrivare a Maratea. Raffaele me la descrisse come una città sospesa tra cielo e acqua, dove le case si arrampicano sul fianco della montagna e il Cristo Redentore, con le braccia aperte, sembra abbracciare l’infinito.
«Guarda,» mi disse, anche se sapeva che non potevo, «questo azzurro non finisce mai. È lo stesso che avevi dentro da bambino, solo che allora non lo sapevi ancora chiamare.»
Camminammo verso il porto, e improvvisamente sentii il suono delle onde. Era un respiro continuo, ritmico, ipnotico. Mi avvicinai al molo, e Raffaele mi guidò fino al bordo.
«Metti la mano nell’acqua.»
Mi chinai e immersi la mano. L’acqua era fredda, in movimento continuo, viva. Le onde mi lambivano le dita con una dolcezza sorprendente.
«Questo è l’azzurro,» disse Raffaele. «Non è fermo, non aspetta. Si muove sempre, come il tempo, come i pensieri, come tutto ciò che è vivo. L’Azzurro di questa perla del Tirreno si avvicina dandoti la sensazione di accarezzarti, qualunque cosa tu stia facendo»
Proseguimmo lungo la costa rocciosa, e il suono del mare ci accompagnava costantemente. L’aria era piena di grida di gabbiani, e Raffaele mi spiegò che anche loro erano parte dell’azzurro: «Sono le sue voci, i suoi messaggeri.»
Ad oriente, l’azzurro lambiva una costa profondamente diversa da quella tirrenica.
A Policoro, città di mare e di luce, dove le dune si piegano al vento, Raffaele tracciò una linea sulla sabbia con un bastone. «Ogni volta che il mare cancella un segno, ne scrive un altro. È la memoria liquida della terra.»
Mi chinai a toccare la sabbia. Era umida, granulosa, e sentivo le onde che salivano e scendevano, cancellando le impronte che lasciavamo.
«Vedi? Il mare non dimentica, ma nemmeno si attacca. Lascia andare tutto, sempre.»
A Scanzano Jonico il mare era più inquieto. Le barche dei pescatori ondeggiavano, e l’aria portava il profumo delle reti, delle alghe, del sale.
«Questo,» disse Raffaele, «è l’azzurro che fatica, quello che lavora. Non è solo bellezza: è sforzo, dedizione, attesa.»
Incontrammo un pescatore che riparava le reti. Aveva mani scure, segnate dal sale e dal sole.
«Buona pesca stanotte?» chiese Raffaele.
«Così così. Il mare decide lui. Noi possiamo solo chiedere con rispetto.»
«Vedi?» mi disse Raffaele quando il pescatore se ne fu andato. «L’azzurro non si lascia comandare. Bisogna ascoltarlo, capirlo, rispettarlo.»
A Nova Siri, il mare si univa dolcemente ai campi e alle colline coltivate. L’antica Chone dei Greci Civiltà antiche sembravano respirare ancora sotto la sabbia, e Raffaele mi raccontò di civiltà che erano venute dal mare, portate dalle onde azzurre.
«L’azzurro qui è memoria,» spiegò. «Ogni onda porta con sé frammenti di ciò che è stato.»
Più a nord, a Bernalda e Pisticci, il mare era più lontano, ma la sua presenza si sentiva nell’aria, nei colori che Raffaele descriveva, nei cieli che al tramonto diventano viola e indaco. Le colline custodivano la luce come un bene prezioso,
e formavano affascinanti calanchi.
«Vedi,» disse Raffaele, «questo è l’azzurro che non si vede, ma abita dentro le cose. È nella mente di chi vive qui, nei sogni di chi guarda l’orizzonte.»
A Metaponto, tra le colonne doriche del tempio di Hera, Raffaele mi fece sedere su una pietra antica. Il vento portava il suono del mare, e lui mi descrisse come le colonne sembravano alzarsi dall’azzurro stesso.???
«Questo è il punto dove tutto si dissolve,» mormorò. «L’azzurro non separa, unisce. È il colore del ritorno.»
«Cosa intendi?» chiesi, confuso.
«Tutto torna al mare, prima o poi. Le piogge, i fiumi, le lacrime. Tutto scorre verso l’azzurro. È il luogo dove tutto si ritrova.»
Ci Sedemmo a guardare il tramonto sul golfo di Taranto. Raffaele mi descrisse come l’acqua cambiava continuamente, diventando più scura, poi tornando luminosa, come se respirasse.
«Ogni onda che arriva porta con sé parole nuove, nomi, storie,» disse.
Raccolse un sassolino e lo lanciò nell’acqua. Sentii il piccolo splash, poi il silenzio che tornava.
«L’azzurro,» disse, «non si lascia afferrare. Puoi solo immergerti dentro, chiudere gli occhi e ascoltare.»
E in quel momento capii che non era il mare che stavo ascoltando, ma la sua eco dentro di me.
L’azzurro era l’infinito che non chiede di essere visto, ma sentito.
Era il colore dell’anima, quando finalmente smette di cercare e comincia a ricordare.
«Raffaele,» dissi dopo un lungo silenzio, «pensi che un giorno riuscirò davvero a vederlo, questo azzurro?»
Lui rimase in silenzio per un momento, poi mi posò una mano sulla spalla.
«Tu lo stai già vedendo. Solo che lo vedi in un modo che chi ha gli occhi perfetti non potrà mai capire. Tu lo senti con tutto te stesso.»
Quella notte dormii con il suono delle onde nelle orecchie, e nei sogni nuotavo in un mare che non aveva colore ma aveva tutti i colori insieme.
E quando mi svegliai, con il viso bagnato dalla salsedine portata dal vento, sorrisi.
L’azzurro era davvero dentro di con me.
Capitolo 7 – L’oro dei tramonti e dei campi
«L’oro non è un colore comune,» diceva sempre Raffaele.
«Non lo trovi nelle etichette dei pantoni, non lo puoi misurare con la precisione di un righello.
È il colore che si insinua nei silenzi, che si riflette sulle pietre, che si prende tutto il tempo del mondo prima di mostrarsi.»
Era estate quando partimmo per questo viaggio, e il caldo era intenso. Ma Raffaele disse che era necessario: «L’oro ha bisogno del sole. Senza calore, non esiste.»
Partimmo da Matera, la città dei Sassi, quando il sole cominciava a scendere verso l’orizzonte.
Raffaele mi prese per mano e mi guidò tra i vicoli di pietra tufo.
«Tocca questo muro,» mi disse.
Appoggiai la mano sulla pietra. Era calda, quasi rovente. Aveva assorbito tutto il calore del giorno e ora lo restituiva lentamente.
«Questo è l’oro. Non è solo luce, è calore. È il sole che la pietra ha conservato per te.»
Le pietre dei rioni, mi disse, brillavano come un mare di sabbia dorata. Le case, antiche e curve, sembravano accogliere la luce come se fosse un respiro un sospiro.
«Guarda,» mi disse, anche se ormai aveva capito che quella parola per me significava altro. «Non è il giallo del sole, né quello del grano. È l’oro della storia, il colore dei tempi che passano e restano.»
Ci muovemmo verso Grottole, dove i campi di grano si estendevano a perdita d’occhio. Il vento muoveva le spighe, e il suono era come un sussurro continuo, un respiro della terra.
«Senti questo suono?» mi chiese Raffaele.
«Sì. È come… onde.»
«Esatto. Il grano è il mare d’oro della Basilicata. Si muove come le onde, canta come loro, e nutre come loro.»
Mi fece toccare le spighe. Erano ruvide, piene, pronte per il raccolto. E quando le sfregai tra le dita, sentii i chicchi duri all’interno.
«Ogni spiga,» spiegava Raffaele mentre camminavamo tra i campi, «racconta chi l’ha coltivata, chi ha seminato, chi ha raccolto. Il colore qui non è solo luce, è memoria.»
Ogni paese viveva di sfumature. A Irsina, le case si accendevano di riflessi caldi al calar del sole. Raffaele mi fece notare le porte dei vecchi palazzi: il legno antico, scurito dal tempo, creava un contrasto che lui chiamava “dialogo tra oro e ombra”.
«Tocca questo portone.»
Era legno massiccio, scolpito, con venature profonde che correvano sotto le dita come fiumi.
«Senti? Anche il legno ha la sua età d’oro. È quando diventa così duro e bello che sembra eterno.»
Poi giungemmo a A Tursi. La luce, mi disse, si mescolava al rosso dei tetti e al verde dei giardini. L’Arabatana, con i suoi archi e le terrazze, sembrava catturare il sole per restituirlo lentamente durante la notte.
«Vedi,» disse Raffaele (e ormai quella parola tra noi aveva assunto un significato diverso, più profondo), «qui l’oro è calore, è accoglienza, è storia che ti abbraccia senza parole.»
Ci sedemmo su una terrazza a riposare. Il calore del giorno stava cedendo il posto alla freschezza della sera, ma le pietre continuavano a emanare tepore.
«L’oro è generoso,» disse Raffaele. «Ti dà anche quando se n’è andato. Continua a scaldare, a illuminare, anche nel buio.»
In tutta la zona, il grano era maturo e alto, quasi pronto per il raccolto. Raffaele si chinò a raccoglierne una spiga e me la mise in mano.
«Non è un colore da guardare solo con gli occhi. Toccalo, senti la consistenza, ascolta il vento che lo muove. L’oro è il colore del tempo che passa e lascia traccia.»
A Calciano, Grassano e Stigliano, ogni borgo aveva un proprio oro, diverso eppure simile. Raffaele mi descriveva come la luce cadeva sulle pietre dei castelli, sugli orti, sui campi.
A Garaguso incontrammo un vecchio contadino che stava raccogliendo il grano.
«Buon raccolto quest’anno?» chiese Raffaele.
«Discreto. La terra è generosa quando la rispetti.»
Quando il vecchio se ne andò, Raffaele mi disse: «Hai sentito? L’oro si trasforma. Non resta mai uguale. Diventa pane, diventa vita, diventa forza.»
A Miglionico, con il suo castello del Malconsiglio la sua cattedrale e i vicoli stretti, l’oro era memoria e devozione. A Pomarico e Montescaglioso e Ginosa, le campagne si aprivano in mosaici che Raffaele descriveva con parole piene di meraviglia.
«Ogni collina è una pennellata diversa. Giallo, verde, ocra. Ma al tramonto, tutto diventa oro. È come se il sole volesse dare un ultimo regalo prima di andarsene.»
Raffaele si fermava spesso, mi indicava un muro, una pietra, un campo. «Tocca questo. Annusa quello. Ascolta quell’altro.» E io obbedivo, costruendo nella mia mente un’immagine fatta non di colori, ma di sensazioni.
Camminando tra le vigne di verso le grotte di Sant’Antuono di Oppido Lucano Bernalda e le colline di Pisticci, sentii il sole scivolare sulle spalle e sulle mani. Era un calore dolce, avvolgente, che sembrava penetrare fino alle ossa.
«Questo è l’oro che ti tocca,» disse Raffaele. «Non lo vedi, ma lo senti sulla pelle. Ti riscalda, ti nutre, ti fa sentire vivo.»
Entrati al fresco delle grotte ad ammirare gli affreschi ancestrali che trasudavano devozione e mistero, quel calore era ancora sulla pelle.
Quando arrivammo alla cattedrale di Acerenza a un punto panoramico sopra la valle, Raffaele si fermò e rimase in silenzio per un lungo momento.
«Cosa vedi?» chiesi io, rovesciando la domanda che di solito faceva lui.
Rise. «Vedo tutto l’oro del mondo raccolto in questa valle. Vedo i campi che brillano, le case che riflettono la luce, il cielo che si tinge di fuoco. Ma sai una cosa? Tu vedi qualcosa che io non vedrò mai.»
«Cosa?»
«Tu vedi l’essenza. Io mi perdo nei dettagli, nei riflessi, nelle sfumature varie gradazioni. Tu invece vai dritto al cuore. L’oro per te non è uno spettacolo, è una verità.»
Quella sera, mentre il sole calava definitivamente, tornando verso Matera ci sedemmo al belvedere di Murgia Timone, proprio di fronte ai Sassi. Raffaele mi descrisse come le pietre dei Sassi si accendevano di un oro sempre più intenso, come se tutto il paese bruciasse di una luce interiore.
«È il momento più bello,» disse. «Quando l’oro non è più fuori, ma dentro. Quando ogni pietra, ogni casa, ogni persona, sembra illuminata da dentro.»
E io, seduto accanto a lui, con il calore del giorno ancora sulla pelle e il profumo del grano nell’aria, capii che l’oro non era solo calore e luce. Era il colore della pienezza, del momento perfetto, di quando tutto è esattamente come dovrebbe essere.
«Grazie, Raffaele,» dissi improvvisamente.
«Di cosa?»
«Di avermi insegnato a vedere.»
Lui rise sommessamente. «Io non ti ho insegnato niente. Tu sapevi già vedere. Io ti ho solo aiutato a ricordartelo.»
Quella notte, mentre tornavo a casa con le scarpe piene di polvere dorata e la pelle ancora calda di sole, pensai che forse Raffaele aveva ragione.
Forse avevo sempre saputo vedere.
Solo che Ma nessuno, prima di lui, mi aveva detto che esistevano modi diversi di guardare il mondo.
Capitolo 8 – Il viola L’ambra delle promesse e delle ombre
Raffaele mi disse una volta che l’ambra il viola non è un colore per chi guarda distratto.
«L’ambra è un colore che nasce nelle ore in cui la luce si affievolisce, quando il giorno sfuma lentamente nella notte e i contorni del mondo si ammorbidiscono, diventando sogni sospesi tra realtà e promessa.»
Non capivo cosa intendesse, finché una sera mi portò su una collina sopra Brindisi di Montagna, proprio all’ora del tramonto sul castello Fittipaldi Antenori. Antinori.
«Ora fai attenzione,» mi disse. «Non a quello che vedi, ma a quello che senti.»
Rimanemmo seduti in silenzio mentre il sole scendeva. E improvvisamente, sentii un cambiamento nell’aria. Non era più calda come prima, ma nemmeno fredda.
Era… sospesa.
Come se il mondo intero trattenesse il respiro.
«Questo è ambra,» sussurrò Raffaele. «È il momento tra ???. Non è giorno, non è notte. Non è caldo, non è freddo. È l’attimo in cui tutto è possibile.»
L’aria aveva un odore diverso, più intenso. I fiori che durante il giorno passavano inosservati improvvisamente emanavano profumi più forti. Gli uccelli cambiavano il loro canto, diventando più malinconici.
«Il viola L’ambra è nostalgia,» disse Raffaele. «È il colore di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere. È promessa e ricordo insieme.»
Camminare tra i borghi interni della Basilicata in quella luce era come immergersi in un respiro segreto della terra. Ogni pietra, ogni vicolo, ogni casa sembrava raccontare una storia diversa quando toccata dal viola dall’ambra del crepuscolo.
Proseguimmo verso Anche a Cirigliano, uno dei paesi più piccoli e isolati. Qui il viola quel colore non era solo nell’aria, ma nelle pietre stesse. Raffaele mi fece toccare i muri delle case antiche.
«Senti come la pietra è fredda? Ha rilasciato tutto il calore del giorno. Ma non è ancora gelida come sarà stanotte. È in transizione. Come il color dell’ambra viola.»
A Guardia Perticara, il borgo di pietra arroccato su una collina, il vento della sera portava voci lontane, echi di conversazioni dai paesi vicini. Raffaele mi spiegò che l’ambra amplifica i suoni, li rende più chiari ma anche più misteriosi.
«Ascolta. Senti quella campana? Sembra vicina, ma è a chilometri di distanza. Il viola L’ambra inganna, gioca con le distanze, con le percezioni.»
Attraversammo Calciano, piccolo borgo di tufo, il centro storico. Le case sembravano fondersi con la roccia. Qui Raffaele mi fece notare come il freddo della sera salisse dal basso, dalle valli, come una marea invisibile.
«Il viola L’ambra è un colore che sale dal basso verso l’alto. Non cade come gli altri colori. È un colore che arriva dal profondo, dalla terra stessa.».
«Questo è il colore viola del silenzio,» mormorò Raffaele. «Non è assenza di suono. È presenza di attesa.»
«Ora siediti e ascolta tutto,» mi disse. Mi sedetti su un gradino di una casa abbandonata, e ascoltai gli uccelli che tornavano ai nidi, il vento che cambiava direzione, i suoni lontani dei paesi che si preparavano alla notte, il profumo dei camini che cominciavano ad accendersi.
E per la prima volta sentii davvero il colore ambra viola.
Non era un colore, era uno stato d’animo.
Era la malinconia dolce di ciò che è stato, mista alla speranza timida di ciò che potrebbe ancora essere.
Preso da questa sensazione, mi tornò in mente ancora una volta la domanda che girava nella mia testa da qualche giorno: riuscirò mai a distinguere i colori?».
Ma il timore di veder svanire quel profumo di speranza me la fece tenere per me, ancora una volta.
Proseguimmo più a est, verso Montalbano Jonico, Montescaglioso, e Rotondella, dove il colore ambra viola prendeva infinite sfumature diverse, insinuandosi tra i maestosi calanchi che sorreggono il paese. A Montescaglioso, con la sua grande abbazia, il viola era mistico, sacro. Raffaele mi portò nel chiostro, dove il silenzio dei monaci sembrava ancora aleggiare. Trasferito a pagina 68
Poco più a sud, a Rotondella, Raffaele mi disse che l’ambra colorava le albicocche più buone della Basilicata.
«Qui il colore ambra viola è preghiera,» disse. «È il colore della spiritualità, di ciò che non si può toccare ma si può sentire.»
A San Giorgio Lucano, tra gli uliveti, ambrato era l’olio il viola era più terreno. L’olio appena spremuto. Aveva un sapore che Raffaele definiva “amaro e dolce insieme, antico e nuovo.”
«Assaggialo,» mi disse passandomi un pezzo di pane intinto nell’olio fresco.
Il sapore era forte, complesso, con sfumature che continuavano a cambiare in bocca.
«Qui il colore ambra è anche preghiera,» disse. «È il colore della spiritualità nel Santuario della Madonna del Pantano, di ciò che non si può toccare ma si può sentire nell’animo.
Hai sentito? Come il colore ambra viola, non è mai uguale. Continua a trasformarsi, a sorprenderti.»
«L’acqua al tramonto è uno specchio del viola» disse che cattura tutte le sfumature che il cielo regala e le moltiplica.»
Proseguimmo verso paesi più piccoli e nascosti, ma non meno affascinanti: Chiaromonte con la sua posizione panoramica, San Paolo Albanese, San Costantino Albanese e Cersosimo con le loro tradizioni arbëreshe; Castelluccio Superiore e Castelluccio Inferiore arroccati come nidi d’aquila, uno di fronte all’altro. In ognuno di questi luoghi, il viola l’ambra si manifestava diversamente, ma sempre con quella stessa qualità di sospensione, di attesa, di promessa.
A Castronuovo di Sant’Andrea, Vagando in quei paesi, Raffaele mi fece notare come il canto dei grilli cambiasse quando arrivava il crepuscolo.
«Senti? Non è più il canto frenetico del giorno. È più lento, più profondo. È viola ambra anche quello.»
Sotto Noepoli, altro piccolo borgo sul fiume della Val Sarmento, ci fermammo su un ponte. L’acqua scorreva sotto di noi, e il suo suono era diverso dal solito.
«Anche l’acqua cambia voce al crepuscolo,» disse Raffaele. «Diventa più misteriosa, come se raccontasse segreti.»
A Teana San Paolo Albanese, il più piccolo dei paesi lucani, quasi spopolato, camminammo tra case silenziose dove solo qualche luce interna rivelava ancora vita. Le ombre si allungavano, e Raffaele mi spiegò che le ombre del viola sono diverse da quelle degli altri momenti della giornata.
«Non sono nere, non sono grigie. Sono dense, piene di possibilità. Nell’ombra viola puoi immaginare qualsiasi cosa.»
Raggiungemmo borghi che sembravano esistere solo in quel momento sospeso: Rotonda con i suoi fagioli e le sue tradizioni, San Severino Lucano dove il Pollino sembra più vicino e più misterioso.
A Viggianello e San Paolo Albanese, il viola assumeva sfumature culturali. Le canzoni tradizionali arbëreshe che qualcuno cantava da una finestra avevano melodie che Raffaele definiva “viola”: malinconiche ma non tristi, nostalgiche ma non disperate.
«È la musica di chi ha lasciato una terra e ne ha trovata un’altra. È viola perché è tra due mondi, tra due identità.»
Quando raggiungemmo Terranova di Pollino, il cielo era completamente cambiato. Non era più giorno, ma non era ancora notte. Era quel momento perfetto che Raffaele chiamava “l’ora ambra viola“.
Sotto Noepoli, altro piccolo borgo sul fiume della Val Sarmento, ci fermammo su un ponte. L’acqua scorreva sotto di noi, e il suo suono era diverso dal solito.
«Anche l’acqua cambia voce al crepuscolo,» disse Raffaele. «Diventa più misteriosa, come se raccontasse segreti.»
A San Chirico Nuovo, tra le colline, il viola l’ambra prendeva la forma del vento serale che portava profumi dai campi. A Roccanova, lungo l’Agri, era il fiume stesso a diventare viola, rifletteva il cielo che cambiava.
Quando ci fermammo di nuovo, ricordai quando eravamo stati a Sasso di Castalda e a Castelsaraceno, dove i Ponti Tibetani ci accolsero con le loro vertigini.
In entrambe le esperienze, Raffaele mi portò fino al centro dei ponti, sospesi tra le montagne.
E tutte e due le volte mi disse «Chiudi gli occhi,» mi disse.
«Ma io non vedo comunque…»
«Lo so. Ma chiudili lo stesso, così puoi concentrarti sulle sensazioni più profonde. È un gesto simbolico.»
Chiudendo gli occhi, ogni volta sentii i ponti oscillare leggermente sotto i nostri piedi, il vento che soffiava dal basso, il vuoto che si apriva intorno a noi.
Ma Raffaele mi lasciò nel dubbio dicendomi «Ricorda le sensazioni che provi camminando nel vuoto, durante il viaggio ti dirò che colore hai provato.»
«Questa è la sospensione» disse Raffaele: «Sei tra due mondi. Non sei più sulla montagna che hai lasciato, non sei ancora su quella dove stai andando. Sei nel mezzo. Sei nel pieno dell’ambra Nel viola.»
Era finalmente arrivato il momento di saperlo.
«Quella era la sospensione» disse Raffaele: «Eri tra due mondi. Non eri più sulla montagna che svevi lasciato e non eri ancora su quella dove stavi andando. Eri nel mezzo. Eri nel pieno dell’ambra Nel viola.»
A Viggianello e San Paolo Albanese, il viola assumeva sfumature culturali. le canzoni tradizionali arbëreshe che qualcuno cantava da una finestra avevano melodie che Raffaele definiva “viola”: malinconiche ma non tristi, nostalgiche ma non disperate.
«È la musica di chi ha lasciato una terra e ne ha trovata un’altra. È viola perché è tra due mondi, tra due identità.»
Quando raggiungemmo Terranova di Pollino, il cielo era completamente cambiato. Non era più giorno, ma non era ancora notte. Era quel momento perfetto che Raffaele chiamava “l’ora ambra viola”.
«Ora siediti e ascolta tutto,» mi disse.
Mi sedetti su una roccia e ascoltai. Gli uccelli che tornavano ai nidi, il vento che cambiava direzione, i suoni lontani dei paesi che si preparavano alla notte, il profumo dei camini che cominciavano ad accendersi.
«L’ambra Il viola è tutto questo insieme,» disse Raffaele. «È transizione, è trasformazione. È il colore che ci ricorda che niente resta uguale, che tutto cambia, ma che il cambiamento può essere bello.»
Mi voltai verso di lui, anche se non potevo vederlo. «Raffaele, tu dici che l’ambra il viola è promessa. Ma promessa di cosa?»
Lui rimase in silenzio per un momento. Poi sentii che si sedeva accanto a me.
«Promessa che dopo il giorno c’è la notte, e dopo la notte c’è un nuovo giorno. Promessa che dopo la fine c’è sempre un nuovo inizio. Promessa che anche quando tutto sembra finire, in realtà si sta solo trasformando.»
«È questo che vedi quando guardi il tramonto?»
«Sì. Ma è anche questo che tu senti. Forse lo senti anche meglio di me, perché non ti distrai con gli occhi. Tu vai dritto al cuore dell’ambra viola.»
Quella sera, mentre tornavamo verso casa nella notte ormai calata, capii che l’ambra il viola era diventato il mio colore preferito.
Non perché potessi vederlo, ma perché lo sentivo in ogni fibra del mio essere.
Era il colore della trasformazione, e io mi stavo trasformando, giorno dopo giorno, viaggio dopo viaggio tappa dopo tappa.
Capitolo 9 – Il grigio delle case di pietra e della memoria
«Il grigio non è tristezza,» mi disse Raffaele una mattina nebbiosa.
«Il grigio è la memoria della terra, la voce dei secoli, la somma di tutte le storie che le pietre hanno raccolto.»
Eravamo diretti verso Craco, il borgo abbandonato che più di ogni altro in Basilicata rappresenta il grigio della memoria. Mentre salivamo verso il paese fantasma, Raffaele mi preparava a quello che avremmo incontrato.
«Craco non è un posto triste. È un posto che ricorda. E ricordare non è mai triste, anche quando il ricordo è di qualcosa che non c’è più.»
Quando arrivammo, mi guidò tra le strade deserte. I nostri passi risuonavano nel silenzio, e ogni tanto sentivo pezzi di intonaco cadere dalle pareti. Ma non c’era senso di morte in quel luogo. C’era, come aveva detto Raffaele, memoria.
«Tocca questi muri,» mi disse.
Appoggiai le mani sulla pietra fredda. La superficie era ruvida, segnata dal tempo, con crepe che correvano come vene sotto i polpastrelli.
«Ogni crepa è una storia. Ogni pezzo di pietra ha visto generazioni passare. Il grigio non è assenza di colore, è la somma di tutti i colori che sono stati.»
Mi fece sedere su un gradino e mi raccontò di Craco: di come le famiglie vivevano una accanto all’altra, di come i bambini giocavano in quelle stesse strade, di come le donne si affacciavano alle finestre per chiamare i mariti che tornavano dai campi.
«Tutto questo è ancora qui. Non puoi vederlo, ma puoi sentirlo. Il Questo grigio custodisce tutto.»
E aveva ragione. Seduto in quel silenzio, potevo quasi sentire le voci, i passi, la vita che un tempo riempiva quelle pietre.
Proseguimmo verso Campomaggiore Vecchio, un altro borgo abbandonato dopo il terremoto quando la natura si era ribellata all’uomo. Qui il grigio era ancora più intenso, perché la distruzione era stata improvvisa, violenta.
«Qui la memoria è più dura,» disse Raffaele. «È il grigio del dolore. Ma anche il dolore fa parte della storia. Ignorarlo sarebbe come mentire.»
Mi guidò tra le rovine, facendomi toccare i resti di quello che erano state case, chiese, piazze. Ogni pietra sembrava urlare una storia diversa.
«Ma guarda,» disse fermandosi davanti a quello che restava di un portale, «anche qui la vita non si arrende.»
Mi fece toccare qualcosa di morbido tra le pietre. Era muschio, umido e vivo.
«Il verde ricomincia sempre. Il grigio custodisce, e il verde ricomincia. È così che il mondo va avanti.»
A Pietrapertosa, arroccato tra le Dolomiti lucane, il grigio era quello della roccia viva. Non grigio di abbandono, ma grigio di eternità. Raffaele mi fece toccare le rocce che circondavano il paese.
«Questo grigio era qui prima che l’uomo arrivasse, e sarà qui quando l’uomo se ne sarà andato. È il grigio che non cambia, che non ha fretta, che semplicemente è.»
Scalammo fino al punto più alto del paese, dove le rocce si ergevano come giganti pietrificati.
Il vento soffiava forte, e il grigio della roccia sembrava parlare con la sua voce. Da lì sopra guardavamo orizzonti lontanissimi.
«Questo grigio ti insegna l’umiltà,» disse Raffaele. «Ti ricorda quanto sei piccolo, quanto è breve la tua vita rispetto alla pietra. Ma non è una lezione triste. È una lezione di prospettiva.»
Attraversammo, poi, borghi dove il grigio era quello della vita quotidiana: Aliano, dove Carlo Levi aveva vissuto il suo confino e aveva imparato a vedere la dignità nel grigio della povertà; San Mauro Forte, dove le mille cantine e le case di pietra si stringono le une alle altre come per proteggersi dal tempo; Cirigliano, ormai spopolato, dove il grigio è quello della resistenza ostinata.
A Gorgoglione, uno dei paesi più piccoli e isolati d’Italia, il grigio prendeva un tono quasi metafisico. Raffaele mi raccontò che qui vivevano solo poche decine di persone, aggrappate alla loro terra con una tenacia che sfidava ogni logica.
«Questo è il grigio della testardaggine,» disse sorridendo. «Il grigio di chi dice: io resto, anche quando tutti vanno via. Io resisto.»
Incontrammo un vecchio che stava seduto davanti a casa sua, con una coperta sulle ginocchia nonostante fosse estate.
«Buongiorno,» disse Raffaele.
«Buongiorno,» rispose il vecchio con voce sottile.
«Come va la vita qui?»
«Va. Come può andare. Siamo rimasti in pochi, ma siamo ancora qui, duri e testardi come l’arenaria delle nostre terre.»
«Non ha mai pensato di andarsene?»
Il vecchio rise, una risata secca. «Andare dove? Questa è casa mia. Queste pietre mi conoscono. Io conosco loro. Non posso andarmene. Sarebbe come tradire.»
Quando ci allontanammo, Raffaele mi disse: «Hai sentito? Questo è il grigio che parla. Non si lamenta, non chiede pietà. Semplicemente resiste, testimonia, ricorda.»
A Genzano di Lucania, il grigio era quello del tufo, morbido e poroso. Era quello della monumentale Fontana Cavallina, dalle acque verdi. Raffaele mi spiegò che il tufo è una pietra che respira, che assorbe l’umidità d’estate e la rilascia d’inverno, mantenendo le case fresche o calde a seconda della stagione.
«È un grigio vivo, tecnico. L’uomo ha imparato a usarlo, a sfruttare le sue proprietà. È un grigio amico.»
Nella stessa zona, il grigio era nella storia che raccontano la Badia Benedettina di Banzi e il centro storico di Palazzo San Gervasio.
Avvicinandoci a Potenza, attraversammo Vaglio Basilicata, dove i resti archeologici di una città romana emergevano dal grigio della terra. Qui Raffaele mi fece toccare pezzi di colonne, frammenti di pavimenti a mosaico.
«Questo grigio viene da sotto terra. È il grigio della scoperta, dell’archeologia. Ogni pezzo che tocchi è un messaggio da un tempo lontanissimo.»
A San Chirico Raparo, piccolo borgo montano, il grigio era quello dell’ardesia dei tetti, che brillava sotto la pioggia. Raffaele mi fece ascoltare il suono della pioggia su quei tetti.
«Senti? È diverso dal suono della pioggia sui tetti di tegole. È più secco, più netto. Anche il grigio ha il suo suono.»
«il grigio della Grotta di Sant’Angelo», mi aveva raccontato Raffaele, «custodiva le preghiere dei monaci basiliani»,
Proseguimmo verso Abriola, Sasso di Castalda, Calvello (Già trattati in precedenza): un paese dove il grigio della pietra si mescolava con il verde dei boschi, creando contrasti che Raffaele descriveva con entusiasmo.
«Il grigio da solo può sembrare freddo. Ma quando lo metti accanto al verde, diventa bello. Si completano a vicenda.»
Ad Avigliano, grande centro tra le colline montagne, il grigio era anche quello dell’urbanizzazione. Non più solo pietra antica, ma anche cemento moderno, asfalto, edifici nuovi.
«Anche questo è grigio,» disse Raffaele. «Non è bello come quello delle pietre antiche, ma è il grigio del presente. Non possiamo vivere solo nel passato.»
Ma anche qui, tra il cemento, trovavano spazio chiese antiche, palazzi storici, angoli di memoria che resistevano.
In tutta la regione, il grigio era quello delle montagne che circondavano i paesi. Raffaele mi spiegò che in Basilicata il grigio non è mai isolato: è sempre in dialogo con altri colori, con il verde dei boschi, con il blu del cielo, con il marrone della terra.
«Il grigio è umile. Non pretende di dominare. Si accontenta di essere la base su cui gli altri colori brillano.»
A Ruvo del Monte, In ogni borgo agricolo, il grigio delle case contrastava con i colori vivaci dei campi coltivati.
«Questo grigio è quasi irreale,» disse Raffaele. «Sembra di essere su un altro pianeta. Ma è terra, è qui, è Lucania.»
A Venosa, città di storia e di poesia, il grigio era anche quello del castello aragonese. Qui Raffaele mi portò davanti alla tomba di Orazio.
E di fronte al filosofo e poeta, riuscii a chiedergli quello che non avevo avuto mai il coraggio di chiedere prima: «Un giorno finirò di vedere in bianco e nero?
Raffaele mi fissò, girò la testa, e continuò a camminare.
Quando infine ci fermammo, seduti su un muro antico guardando il tramonto che non potevo vedere, Raffaele concluse il suo discorso sul grigio.
«Il grigio non è mai solo dolore o tristezza. È testimonianza. È la prova che qualcosa è esistito, ha vissuto, ha resistito.
Ogni pietra grigia che tocchi è un miracolo: è sopravvissuta a guerre, terremoti, abbandoni. È ancora qui. E questo, amico mio, non è tristezza. È trionfo.»
Appoggiai la mano sul muro sotto di noi, sentendo tutta la storia che conteneva, e capii che aveva ragione. Il grigio era il colore più forte di tutti.
Perché era quello che restava quando tutto il resto se n’era andato.
Capitolo 10 – Il paradosso del blu delle acque e del tempo
«Il blu è il colore del tempo,» disse Raffaele una mattina mentre ci dirigevamo verso i fiumi e i laghi lucani.
«Non quello segnato dagli orologi, ma quello che scorre silenzioso, che scolpisce valli e montagne, che accompagna le vite senza fretta e senza clamore.»
Iniziammo il nostro viaggio alle sorgenti del fiume Sinni, sul massiccio del Sirino tra i monti del Pollino. L’acqua sgorgava dalla roccia con un suono cristallino, e Raffaele mi guidò fino a mettermi le mani direttamente sotto il getto.
«Senti quanto è fredda?»
L’acqua era gelida, così fredda che quasi bruciava. «È come ghiaccio!»
«Questa è acqua che viene dal profondo della montagna. Ha viaggiato per anni, forse decenni, attraverso la roccia prima di uscire qui. Il blu del tempo fatto acqua.»
Mi fece bere dalle mie mani a coppa. L’acqua aveva un sapore pulito, quasi metallico, che sembrava contenere la storia della montagna stessa.
Il nostro viaggio continuò seguendo il corso del Sinni verso valle.
A Senise, il fiume aveva creato un lago artificiale, e qui il blu cambiava completamente natura.
«Non è più il blu della sorgente,» spiegò Raffaele mentre camminavamo lungo la riva. «È il blu dell’uomo che collabora con la natura. Qui l’acqua si è fermata, ha rallentato. È diventata specchio.»
Mi fece mettere i piedi nell’acqua della diga di Monte Cotugno. Era più calda di quella della sorgente, più accogliente. E quando muovevo i piedi, sentivo piccole onde che si allontanavano, portando via pezzetti della riva.
«Vedi? Anche ferma, l’acqua lavora. Trasforma, modella, cambia. Il blu non riposa mai veramente.»
Più a nord, raggiungemmo i Laghi di Monticchio, tra Rionero e Melfi nel cuore del Vulture. Questo lago complesso vulcanico, mi spiegò Raffaele, aveva un blu particolare, tendente al verde, profondo e misterioso.
«Sono due laghi che riempiono i crateri di un vulcano spento. Il blu qui arriva da profondità incredibili. Quando guardi quest’acqua, stai guardando nelle viscere della terra.»
Ci sedemmo sulla riva del lago piccolo, e Raffaele mi fece ascoltare il silenzio dell’acqua. Perché il lago, a differenza del fiume, non fa rumore. È silenzioso, trattenuto, come un segreto.
«Il blu del lago è diverso dal blu del fiume. Il fiume parla, canta, racconta. Il lago ascolta, custodisce, ricorda.»
Incontrammo un vecchio pescatore che stava rammendando le reti.
«Buon pesce qui?» chiese Raffaele.
«Dipende. Il lago è capriccioso. A volte dà, a volte prende. Bisogna conoscerlo, rispettarlo capirlo.»
«Cosa prende?»
«Vite, a volte. Chi non lo rispetta, chi pensa di poterlo domare. Il lago non si fa domare. Il lago è.»
Dopo che il pescatore se ne fu andato, Raffaele mi disse: «Hai sentito? Il blu è anche potere. È forza. Non è solo bellezza. È vita e morte insieme.»
Raggiungemmo poi il Lago di San Giuliano, nel materano. vicino a Matera. Questo era un lago artificiale più recente, e qui il blu aveva un tono diverso, più giovane, quasi allegro.
«Questo lago ha solo pochi decenni,» spiegò Raffaele. «È un blu bambino, se vogliamo. Non ha ancora accumulato secoli di storie come il Monticchio. Ma sta imparando.»
Gli uccelli qui erano numerosissimi: aironi, cormorani, anatre. Il loro canto riempiva l’aria, e Raffaele mi spiegò che il blu attira la vita.
«L’acqua è vita. Dove c’è blu, c’è movimento, c’è crescita. Gli uccelli lo sanno. Vengono qui da tutto il Mediterraneo.»
Seguimmo poi il corso dell’Agri, il secondo fiume più importante della Basilicata, Da Marsicovetere dove nasce, e attraverso Grumento Nova dove formava un altro lago artificiale, dalle sorgenti nel cuore dell’Appennino Lucano fino alla foce sul mar Ionio.
Ogni tratto del fiume aveva il suo blu, mi spiegava Raffaele. Il blu giovane e turbolento delle sorgenti, il blu maturo e pensoso del corso medio, il blu stanco e saggio della foce.
«Il fiume è come la vita,» disse mentre ci sedevamo su una roccia a riposare. «Nasce veloce e impetuoso, pieno di energia. Poi rallenta, si allarga, diventa più profondo. E alla fine si perde nel mare, che è il blu ultimo, il blu da cui tutti i blu vengono e a cui tutti tornano.»
Nei pressi del paese diSant’Arcangelo, il fiume, benedetto dall’antica Abbazia di Santa Maria d’Orsoleo, scorreva ampio tra campi coltivati. Qui Raffaele mi fece notare come l’acqua nutrisse la terra.
«Il blu non è egoista. Si dona. Ogni campo che vedi è verde perché il blu gli ha dato vita. Senza acqua, tutto questo sarebbe deserto.»
Incontrammo contadini che irrigavano i loro orti con l’acqua del fiume. Mi fecero toccare la terra bagnata, così diversa dalla terra secca.
«Senti la differenza?» chiese Raffaele.
La terra bagnata era morbida, malleabile, viva. La terra secca era dura, quasi ostile.
«Questo è il potere del blu. Trasforma la morte in vita, la durezza in morbidezza.»
E poi Proseguimmo verso il Basento, l’altro grande il più grande fiume lucano. Questo fiume attraversa Potenza, la capitale, il capoluogo, e poi scende anche lui verso lo Ionio, attraversando paesaggi molto diversi.
A Potenza città, il fiume era quasi invisibile ???, nascosto tra argini e cemento. Ma Raffaele mi fece scendere fino alla riva, in un punto dove ancora si poteva toccare l’acqua.
«Anche qui, anche in città, il blu resiste. Non si lascia cancellare dall’uomo. Continua a scorrere, paziente, eterno.»
Il rumore del traffico sopra di noi contrastava con il mormorio dell’acqua, ma l’acqua non sembrava disturbarsi. Continuava il suo viaggio, indifferente alla città che le cresceva intorno.
Seguendo il corso del fiume, passammo per Trivigno, piccolo borgo sopra il Basento dove nacque Robert Vignola, star del cinema muto dei primi del ‘900. il fiume scorreva in una gola profonda. Qui Raffaele mi fece ascoltare l’eco dell’acqua che rimbalzava tra le pietre.
«Il blu qui ha una voce amplificata. Canta più forte. È il blu che vuole essere sentito.»
Proseguimmo attraverso Avevamo già visitato altri borghi lungo i fiumi come Missanello sul Sauro, Episcopia e Francavilla sul Sinni, Calvera (pag.18) sul torrente omonimo. Ogni corso d’acqua aveva la sua personalità, il suo carattere.
«I fiumi sono come persone,» disse Raffaele. «Ognuno ha il suo temperamento. C’è il fiume calmo e riflessivo, c’è quello impetuoso e impaziente, c’è quello giocoso che salta tra le rocce.»
Quando raggiungemmo finalmente la costa ionica il mare a Policoro, dove l’Agri e il Basento si getta nello Ionio raggiungono il mare, il blu cambiò completamente natura. Non era più il blu contenuto del fiume o del lago. Era il blu infinito, senza limiti, che si confondeva con il cielo.
«Questo è il blu finale,» disse Raffaele con voce solenne.
«Tutti i blu del mondo arrivano qui. Tutti i fiumi, tutti i laghi, tutta la pioggia. Tutto torna al mare.»
Sentivo una poesia assoluta in quell’espressione che non avevo mai sentito: “blu finale”.
Non era certo una persona comune, il mio amico. Era ricercato e analitico nei colori come nelle parole che usava e che mi dispensava come semi di un viaggio infinito e caleidoscopico. Un viaggio che mi insegnava, paesaggio dopo paesaggio, che i colori definiscono la vita persino quando non puoi vederli per come sono.
Un paradosso che si spiega solo con la felicità.
Mi guidò fino alla riva e mi fece mettere i piedi nell’acqua. Le onde mi lambivano le caviglie, un movimento costante, infinito, ipnotico.
«Il mare è il blu che non finisce mai. Puoi camminare per ore lungo la riva e sarà sempre diverso ma sempre uguale. È il blu dell’eternità.»
Rimanemmo seduti sulla spiaggia per ore, ascoltando il suono delle onde.
Raffaele mi spiegò che ogni onda era diversa, aveva il suo ritmo, il suo volume, la sua forza.
«Il mare non si ripete mai. Ogni momento è unico. Solo gli uomini superficiali credono che il mare sia ripetitivo: esso è invece un movimento sempre variato, diverso, nel suono e nella forma. Eppure, nel suo insieme, è sempre lo stesso. Questo è il paradosso del blu.»
Quando il sole cominciò a tramontare (anche se io non potevo vederlo, sentivo il cambiamento nell’aria, nel calore, nei suoni), Raffaele mi descrisse come il blu del mare cambiasse colore.
«Ora è blu scuro, quasi nero. Ma in alcuni punti riflette ancora la luce e diventa argento, oro. Il blu non è mai un colore solo. È mille colori insieme.»
Quella notte dormimmo sulla spiaggia, avvolti nelle coperte, con il suono delle onde come ninna nanna.
E nei sogni vidi (o sentii, o immaginai) tutti i blu che avevo incontrato: il blu freddo delle sorgenti, il blu calmo dei laghi, il blu vivace dei fiumi, il blu infinito del mare.
Al risveglio, con l’alba che arrivava portando nuovi suoni e nuovi profumi, Raffaele mi disse:
«Il blu è il colore che più di tutti ti rende umile insegna l’umiltà. Perché soprattutto davanti al blu del mare, davanti all’infinito, capisci quanto sei piccolo comprendi la misura della tua esistenza. Ma non in modo triste. In modo liberatorio. Capisci che non devi controllare tutto, capire tutto, possedere tutto. Puoi semplicemente essere, come l’acqua semplicemente scorre.»
E io, seduto su quella spiaggia con i piedi nella sabbia ancora umida della notte, capii che il blu era il colore della pace. Non la pace dell’assenza, ma la pace dell’accettazione.
La pace di chi sa che tutto scorre, tutto cambia, tutto passa.
E che questo è giusto, bello, necessario.
CAPITOLO 11 – Il nero e il marrone della roccia
Raffaele mi spiegò che «Il nero e il marrone non sono solo colori» mi spiegò Raffaele «sono custodi di storie, memoria della terra, della pietra, del legno antico. Sono i colori dei borghi costruiti secoli fa, delle montagne che osservano silenziose il passare del tempo. »
«Senti questa pietra?» mi disse Raffaele guidando la mia mano su un antico portale. «È marrone di secoli. Ha visto mercati, feste, guerre, pace. Ha ascoltato migliaia di voci, di passi, di vite.»
Il marrone della pietra raccontava generazioni che avevano lottato per sopravvivere, piazze che avevano visto nascite e morti, gioie e dolori. Il nero delle imposte antiche, dei portoni massicci, conferiva densità e profondità, quasi come se trattenesse il respiro della storia.
Ci trovavamo a Missanello, dove si produce un olio molto ricercato. Mi fermai davanti a un portone antico toccandolo con entrambe le mani. Il legno era così vecchio da essere diventato duro come pietra, con venature profonde che correvano come fiumi sotto i palmi.
«Questo portone,» disse Raffaele, «ha più di quattrocento anni. È nero per l’età, per il sole, per la pioggia, per le mani che lo hanno toccato. Ma non è un nero morto. È un nero che testimonia.»
Da Tricarico Ci muovemmo verso Genzano di Lucania, borgo di tufo e pietra, dove le case si abbracciavano l’una all’altra come per proteggersi dal tempo. Il nero dei tetti invecchiati creava ombre che parlavano di giorni e notti trascorsi senza fretta, mentre il marrone dei muri raccontava la vita quotidiana, la fatica, il tempo che lascia traccia.
Il marrone dei tronchi fermi degli ulivi secolari era vitalità, produceva ogni anno l’oro verde di queste terre.
Qui incontrammo un vecchio artigiano che lavorava ancora il tufo nel modo tradizionale. Mi fece toccare un blocco appena estratto dalla cava.
«Questo è tufo fresco,» disse. «Senti? È ancora umido, morbido. Si lascia lavorare facilmente.»
Poi mi passò un altro pezzo. «E questo è tufo vecchio, di una casa antica. Senti la differenza?»
La differenza era sorprendente. Il tufo vecchio era duro, asciutto, quasi vitreo. Il tempo lo aveva trasformato completamente.
«Il marrone del tufo,» spiegò l’artigiano, «non è mai uguale. Cambia con il tempo, con l’esposizione, con l’umidità. È un marrone vivo, che respira con la casa.»
Anche a Vietri di Potenza l’olio raccontava.
In quella che è considerata la porta della Lucania, tra colline e uliveti, il marrone degli alberi e dei muri e il nero della roccia circostante sembravano fondersi in un paesaggio che respirava resilienza. Ogni pietra era un segreto, ogni vicolo un racconto sospeso.
Raffaele mi portò a toccare la roccia lavica che affiorava ovunque. Era nera, porosa, leggera viva, nonostante sembrasse massiccia morta.
«Questa è lava del Vulture,» mi spiegò. «È fuoco diventato pietra. È il nero della trasformazione violenta, del fuoco che diventa solidità.»
La sensazione sotto le dita era strana: ruvida ma non tagliente, leggera ma resistente. Sembrava contenere ancora l’eco del fuoco che l’aveva generata.
A Tolve, la terra scura colorava campi e case, trasformando il paesaggio in un mosaico di ricordi antichi. Qui il marrone non era solo nelle pietre, ma anche nella terra dei campi, nell’argilla delle stoviglie, nel legno delle travi.
Un contadino ci mostrò la sua terra.
«Questa terra è scura perché è ricca,» disse facendomela scorrere tra le dita. «È piena di humus, di materia organica. È il marrone della fertilità.»
La terra era morbida, grassa, odorava intensamente di vita. Era completamente diversa dall’argilla secca dei calanchi che avevamo visto altrove.
Ad una mezz’ora di distanza, un paesaggio fiabesco si aprì ai nostri occhi.
Raffaele mi portò a calpestare una storia antica in cui l’uomo era penetrato nel marrone della terra. «Qui si rinnovava ogni anno il rito del vino» mi disse.
Quelle insolite costruzioni, dalle facciate in pietra e i tetti ricoperti di prato, erano i palmenti di Pietragalla, esempio originale di architettura rupestre tutta lucana.
Quando eravamo stati a Proseguimmo verso San Chirico Nuovo, tra vicoli stretti e case di tufo pietra, il marrone sembrava respirare con il vento che passava tra le montagne rocce, il nero delle porte e delle imposte scolpite raccontava mani che avevano lavorato la pietra e il legno per generazioni.
Raffaele continuava: «Guarda, questi colori non sono tristi. Sono vivi, sono memoria, sono radici. Senza di loro non sapresti chi sei.»
«Ma come fanno a essere vivi?» chiesi. «Sono pietra, legno, terra. Sono materia inerte.»
«Niente è veramente inerte,» rispose Raffaele. «La pietra si consuma lentamente, il legno invecchia, la terra si trasforma. Tutto è in movimento, sempre. Il marrone e il nero sono i colori di questo movimento lento, di questa trasformazione paziente.»
Camminare tra le vie significava toccare la storia con le mani, sentire la fatica di chi aveva scolpito il proprio mondo nella pietra. Le case erano letteralmente incastonate nella roccia, come se uomo e natura avessero collaborato alla loro costruzione.
«Qui non si vede dove finisce la montagna e dove inizia il paese,» disse Raffaele. «Sono una cosa sola. Il marrone della casa è lo stesso marrone della roccia. È simbiosi perfetta.»
Castelluccio Inferiore e Castelluccio Superiore
Tutta la Basilicata mostravano mostrava la poesia della resistenza: muri antichi, torri, corti silenziose, tetti neri e porte scure raccontavano di vite vissute tra lavoro, fede e comunità.
In uno tanti di questi paesi incontrammo avevamo incontrato una vecchia che stava seduta sulla soglia di casa sua, una soglia di pietra levigata da secoli di passi.
«Questa pietra,» ci disse accarezzandola con affetto, «l’hanno calpestata i miei bisnonni, i miei nonni, i miei genitori, io, i miei figli, i miei nipoti. È liscia come vetro. Il marrone qui è fatto di passi, di vita che passa.»
Mi fece toccare la pietra. Era incredibilmente liscia, calda di sole, con una consistenza che nessun marmo moderno potrebbe mai avere.
Anche Aliano e San Mauro Forte, Tanti paesi, con i loro vicoli in tufo e pietra, svelavano il contrasto tra la durezza del materiale e la dolcezza dei gesti quotidiani, facendo emergere storie di uomini e donne che avevano abitato quei luoghi con coraggio.
A Cirigliano, quasi spopolato, In quelli più piccoli, quasi ormai disabitati, il marrone e il nero dei tetti, del legno e della pietra creavano un’atmosfera quasi sacra, dove ogni vicolo sembrava un corridoio del tempo. Il silenzio era così profondo che ogni nostro passo risuonava come un’eco del passato.
«Questo posto mi fa paura,» ammisi dissi più volte.
«Non è paura,» corresse Raffaele. «È rispetto. È lo stesso che si prova nei cimiteri o nelle chiese antiche. È il rispetto per ciò che è stato e non è più, ma che in qualche modo continua a esistere.»
Infine, Ripensando aCampomaggiore e la Città dell’Utopia ricordavano riflettevo sul che il nero e il marrone che possono custodire sogni e speranze, paure e silenzi.
Passeggiare tra le rovine della Lucania abbandonata era come ascoltare una sinfonia muta: ogni pietra, ogni crepa, ogni scorcio parlava di una vita che era stata, di uomini che avevano creduto in un futuro possibile.
Qui In questi posti Raffaele divenne diveniva particolarmente silenzioso, quasi meditativo. Camminavamo Camminando tra le rovine del vecchio paese distrutto dal terremoto, e ogni tanto si fermava, toccava un muro, sospirava.
Ad Alianello «Cosa vedi?» gli chiesi, rovesciando per una volta la domanda.
«Vedo il nero della tragedia,» disse piano. «Ma anche il marrone della rinascita. Hanno costruito un paese nuovo, non lontano. Non si sono arresi. Il nero non ha vinto. Una vittoria ancor più profonda sarebbe far rivivere Alianello. Ma nella vita bisogna sapersi adeguare e attendere il giusto tempo.»
E per me quel tempo era arrivato: era arrivato il momento di cercare una risposta all’unica domanda a cui Raffaele non aveva risposto. «Prima o poi i miei occhi potranno vedere tutte le sfumature di azzurro?»
Gli occhi di Raffaele, spalancandosi, quasi mi fulminarono.
E la bocca rimase chiusa .
Mentre passeggiavamo ricordando alcune tappe del nostro viaggio, Quando ci sedemmo su un muretto a riposare, e lì Raffaele concluse il suo discorso su questi colori scuri.
«Il nero non è mai solo dolore, e il marrone non è solo vecchio. Insieme ti insegnano a leggere la memoria della terra. Ti insegnano che tutto passa, ma qualcosa resta sempre.
Ti insegnano che la materia porta in sé la storia, e che quella storia è sacra, va rispettata, custodita, tramandata»
«È come il mio modo di vedere,» dissi improvvisamente.
«Io vedo solo bianco e nero, o almeno vedevo. E pensavo fosse una limitazione. Ma tu mi hai insegnato che anche con due soli colori si può vedere tutto.»
«Esattamente,» rispose Raffaele con calore.
«Il nero e il marrone sono i colori essenziali. Sono la base su cui tutti gli altri colori si appoggiano. Senza fondamenta non c’è casa. Senza nero e marrone, non ci sono gli altri colori.»
E camminando tra i borghi lucani, tra pietre scure e muri marroni, compresi finalmente che non servono mille colori per sentire la vita: a volte bastano il nero e il marrone della roccia e delle case per capire tutto ciò che conta, tutto ciò che resta, tutto ciò che è essenziale.
Quella sera, mentre tornavamo verso casa, Raffaele mi disse: «Domani ti porto a scoprire i colori che si mangiano.»
«I colori che si mangiano?»
«Sì. I sapori sono colori, lo sapevi? E anche gli odori sono colorati. Ogni cibo ha il suo colore, anche se tu non lo vedi. E la Basilicata ha i sapori più colorati che io conosca.»
E io, con il cuore già pieno di anticipazione, sorrisi.
Il viaggio continuava, e ogni tappa mi portava sempre più vicino a quella comprensione completa dei colori che Raffaele mi aveva promesso.
CAPITOLO 12 – Le sfumature della tradizione I profumi e i gusti della tradizione
Raffaele mi portava sempre in quei luoghi dove la terra racconta la storia con sapori e odori, dove il colore dei campi si mescola a quello dei prodotti che crescono e maturano secondo i tempi naturali.
Non c’era nessun negozio, nessuna insegna: solo mani, fuoco, acqua e vento.
«I colori più belli,» mi disse una mattina mentre preparavamo le borse, «non si vedono solo con gli occhi. Si assaggiano, si odorano, si toccano. E qui in Lucania Basilicata, i colori più autentici sono quelli che nascono dalla terra e diventano cibo.»
Tutto aveva un colore, ma era un colore che si percepiva più con il cuore che con gli occhi.
E in quel percorso, tra un borgo territorio e l’altro, imparai che i colori della Basilicata si manifestano soprattutto nel cibo, nei prodotti che nascono qui, dalla fatica dei contadini e degli allevatori.
Iniziammo dal Canestrato di Moliterno IGP.
Raffaele mi portò in un fondaco caseificio dove un anziano casaro continuava a produrre stagionare il formaggio secondo metodi antichissimi.
«Il canestrato,» spiegò il casaro mentre lavorava, «prende il nome dai canestri di vimini dove viene stagionato.
Il vimini lascia il suo segno sul formaggio, disegna linee come fossero venature.»
Mi fece toccare una forma stagionata. La crosta era dura, ruvida, con scanalature profonde impresse dal canestro.
La forma dei formaggi raccontava mani sapienti che sapevano leggere il latte come se fosse un libro di memorie.
E quando la tagliò, il profumo che si liberò era intenso, quasi aggressivo. «Assaggia,» disse porgendomi un pezzo.
Il loro suo colore paglierino, con venature più scure, portava con sé il giallo dei campi e il marrone dei tronchi degli ulivi.
Il sapore era complesso: piccantezza e dolcezza si mescolavano come le ombre dei monti e la luce dei tramonti. Ogni boccone era un piccolo viaggio, e sapevano di pastori e greggi che da secoli percorrevano le stesse valli.
«Questo è il giallo delle montagne,» disse Raffaele. «Il giallo del latte di pecore e capre delle capre che pascolano libere, che mangiano erbe selvatiche. Ogni stagione dà un giallo diverso, un sapore diverso.»
Il casaro annuì. «In primavera il formaggio è più dolce, più delicato. In autunno è più forte, più deciso. Il formaggio racconta la stagione, racconta il tempo.»
Poi ci spostammo a Senise e Valsinni, dove i Peperoni di Senise IGP maturavano al sole fino a diventare secchi croccanti e profumati. Una signora anziana ci accolse nella sua cucina e ci mostrò come preparare questi peperoni unici.
«Prima li asciughi al sole, in inzerte» spiegò mostrandomi i peperoni appesi a come lunghe collane.
«Li tocchi così.» Guidò la mia mano verso i peperoni secchi. Erano leggeri come carta, croccanti, con una superficie leggermente rugosa.
«Poi li friggi velocemente nell’olio. Devono restare croccanti stare pochi secondi, mai bruciarsi.»
Il rosso intenso dei peperoni cruschi portava con sé l’oro del sole e il profumo della terra. Quella terra che sembrava ripresentarsi quando il rosso acceso del peperone diventava bruno dopo la cottura.
Il profumo che si liberò quando liberava mentre li friggeva era incredibile: dolce, affumicato, leggermente piccante nel naso. Ogni fragranza che si diffondeva nei vicoli parlava di vento, di luce, di minerali, del territorio stesso.
E quando me ne fece assaggiare uno, la croccantezza era assoluta, quasi scioccante.
Assaggiai un peperone crusco: il rosso croccante bruno scrocchiava sotto i denti, lasciando un profumo che rimase negli occhi e nel cuore per giorni.
«Questo è il rosso che canta,» disse Raffaele ridendo. «Senti come scrocchia? È musica!»
La signora ci raccontò che, nonostante un procedimento tradizionale, ogni famiglia di Senise ha la sua tecnica segreta, il suo modo particolare di coltivare e seccare i peperoni. «Alcuni li vogliono più dolci, altri più piccanti. Ma Tutti conosciamo il segreto principale: il sole di Senise. È diverso dal sole di altri posti. È più intenso, più costante, ma non brucia. È lui, insieme alla terra, che dà ai peperoni il loro colore e il loro sapore.»
Nell’andare via, «Il crusco è Basilicata» sentenziò Raffaele.
(pezzo spostato qui) Da un rosso all’altro, a Rotonda ci aspettava la famosa melanzana rossa DOP, un ortaggio unico al mondo che cresce solo in quella valle.
Una contadina ci portò nei suoi campi e mi fece toccare le melanzane ancora sulla pianta.
Erano rotonde, lisce, con la buccia tesa.
«Assomigliano a pomodori,» disse, «ma sono melanzane. Rosse fuori, bianche dentro, proprio dello stesso colore del nostro fagiolo DOP. Sono dolci, non amare come le melanzane normali.»
Quando ne cucinò una alla griglia, il profumo era dolce, quasi fruttato. E il sapore era effettivamente diverso: meno amaro, più delicato. Ogni fagiolo conteneva il colore della terra, la luce dell’alba e il fresco della sera.
La Melanzana Rossa di Rotonda DOP, lunga tonda e lucida, appariva come un pennello con cui la natura dipingeva le ricette della tradizione: parmigiana, zuppe, contorni e sagre paesane.
«Questo è un rosso gentile,» disse Raffaele. «Non è il rosso aggressivo del peperoncino o del vino forte. È il rosso che accarezza.»
Arrivammo a Matera, dove il Pane IGP ci accolse con la sua crosta scura e fragrante. Raffaele mi portò in un forno tradizionale dove il pane veniva ancora cotto nel forno a legna.
«Metti le mani qui,» mi disse guidandole verso il forno acceso.
Il calore era intenso, quasi insopportabile. Ma non era solo calore: c’era anche il profumo del legno che bruciava, della farina che cuoceva, della crosta che si formava.
«Il pane di Matera è speciale per tanti motivi,» spiegò il fornaio. «La farina è di grano duro, locale. La lievitazione è naturale, con lievito madre che ha decenni. E la cottura è lenta, in questo forno che ha più di cento anni.»
Mi fece toccare una pagnotta appena sfornata. La crosta era durissima, quasi come legno, e scottava ancora. Ma quando il fornaio la ruppe, l’interno era soffice come una nuvola.
«Annusa,» disse Raffaele.
Il profumo era paradisiaco: caldo, avvolgente, confortante. Era il profumo della casa, della famiglia, della sicurezza. Raffaele mi raccontò come quel pane fosse un’opera d’arte lenta, cotta nei forni a legna, figlia di una lievitazione paziente.
Quando assaggiai una fetta con un filo d’olio, capii perché questo pane era così famoso. La mollica soffice e alveolata non era solo nutrimento: era memoria, il colore della comunità che da secoli si riuniva attorno ai tavoli dei Sassi. La mollica aveva una consistenza perfetta, né troppo densa né troppo leggera. E il sapore era pieno, complesso, con note quasi dolci che emergevano gradualmente. Ogni fetta custodiva le stagioni intere, il caldo dell’estate, il freddo dell’inverno, il bianco del grano dei campi vicini.
«Questo pane dura una settimana,» spiegò il fornaio con orgoglio. «Non si secca, non ammuffisce. Migliora giorno dopo giorno. È il pane della pazienza, della saggezza.»
«È il giallo dell’oro commestibile,» aggiunse Raffaele. «Il colore del grano trasformato in vita.»
Risalendo la regione, quando arrivammo a Lavello, sentii distintamente il profumo della lavanda selvatica che cresceva tra le pietre, e quando il sole calava, il suo profumo diventava quasi inebriante.
«Respira,» mi disse Raffaele.
Inspirai profondamente. L’odore era dolce, penetrante, con una punta di tristezza.
«Questo è il profumo che entra nei polmoni. È così forte che quasi puoi assaggiarlo.»
Non poteva mancare E lo stesso faceva il profumo dell’olio: Olio Lucano IGP e Olio del Vulture DOP aprivano una nuova dimensione dei colori.
Visitammo frantoi a Vietri di Potenza, Ferrandina, Rapolla, Missanello. e ancora Lavello.
In ognuno, Raffaele mi faceva assaggiare oli diversi, ognuno con le sue caratteristiche.
«Questo è dell’Ogliarola del Vulture,» disse un frantoiano facendomi assaggiare un olio da un cucchiaio. «Senti quanto è fruttato? Quasi dolce?»
Me ne fece assaggiare un altro. «E questo è della Majatica di Ferrandina. Più amaro, più piccante. Senti come pizzica in gola?»
Era vero. Ogni olio era un mondo a sé.
Non erano solo verdi più o meno intensi: erano sapori che parlavano di sole e pioggia, di fiori e frutti, di mani che raccoglievano le olive al momento giusto.
E Raffaele mi spiegava che il colore dell’olio, che io non potevo vedere, variava dal verde brillante al giallo dorato, a seconda delle olive e del momento della raccolta.
In quel verde intenso c’era tutta la storia dei territori, dei campi di Rapolla e Ginestra, il respiro della terra.
«L’olio è il verde liquido della Basilicata,» disse. «È il sole immagazzinato negli ulivi e rilasciato per noi. Ogni cucchiaio goccia è un sorso di paesaggio.»
Lungo la strada dell’olio che ci aveva accompagnato da una parte all’altra della regione, passammo da Picerno, dove la Lucanica IGP raccontava la vita dei maiali allevati nei boschi e nei cortili dei paesi.
Nel paese del Melandro ci aspettava la lucanica, la famosa salsiccia lucana IGP. Un macellaio anziano ci mostrò come prepararla secondo la ricetta tradizionale.
«Se volete un gusto antico, la carne deve essere del maiale nero,» spiegò. «Allevato semi-brado, che mangia ghiande e castagne. Questo gli dà un sapore particolare.»
Mi fece toccare la carne macinata prima che venisse insaccata. Era fredda, grassa, con pezzetti di grasso visibili al tatto.
«Poi aggiungiamo sale, pepe, finocchietto selvatico. Se piace, peperoncino, ma non troppo. Deve essere equilibrato.»
Il profumo delle spezie, del finocchietto selvatico, del pepe, si mescolava ai colori dei vicoli e dei portoni antichi. Il profumo del finocchietto era inconfondibile: dolce, aromatico, leggermente anice.
Quando mi fece assaggiare la lucanica, il sapore era esplosivo: la carne succulenta profumata, le spezie ben bilanciate, il grasso che si scioglieva in bocca rilasciando sapori complessi. Il macellaio ci spiegò che ogni paese aveva la sua versione di salsiccia stagionata, la sua sfumatura, come ogni borgo ha il suo cielo e il suo tramonto. Quella di Cancellara, ad esempio, si presenta nelle tipiche catene, senza avere la tradizionale forma a U della lucanica di Picerno.
«Questo è il rosso che nutre,» disse Raffaele. «Non è il rosso decorativo del tramonto. È il rosso sostanziale, quello che dà forza, che scalda l’inverno, che tiene insieme le famiglie intorno al tavolo.»
Risalendo nel Vulture, ci capitò di assaggiare Assaggiai anche il Pecorino di Filiano DOP, morbido e aromatico, perfetto da solo o con miele e noci.
A Filiano scoprimmo il pecorino DOP quella poesia in un caseificio di montagna campagna. Un giovane casaro ci spiegò la differenza tra i vari tipi di stagionatura.
«Il pecorino fresco è bianco, morbido, delicato,» disse facendomelo toccare. Era liscio, umido, cedevole.
«Quello stagionato è giallo, duro, piccante.» Questo invece era ruvido, secco, con cristalli di sale che scricchiolavano sotto le dita.
Il sapore era completamente diverso: il fresco era dolce, cremoso, delicato. Lo stagionato era intenso, quasi aggressivo, con un piccante che cresceva gradualmente.
«È lo stesso formaggio,» spiegò il casaro, «ma il tempo lo trasforma. È come una persona: da giovane è una cosa, da vecchia un’altra. Ma sempre sé stessa.»
Ogni boccone era come camminare tra boschi di querce, oliveti e antichi casolari di pietra odoranti di fieno e legna.
Il Caciocavallo Silano DOP mostrava come anche la forma di un prodotto può raccontare un territorio: la pasta filata, elastica e dolce, portava con sé le colline e i pascoli della Lucania interna, il lavoro dei casari e il ritmo delle stagioni.
Quelle stagioni che vacche dalle lunghe corna sfidano in alta montagna, dando vita a un latte particolarmente grasso e saporito che mani sapienti trasformano nei tipici caciocavalli podolici. «Se vuoi scoprire il colore del caciocavallo, devi impiccarlo» disse Raffaele sorridendo, «In questi giorni capirai anche il colore paglerino.»
Non capii, ma ebbi la netta sensazione che mi aspettava una piacevole scoperta.
A Rotonda ci aspettava la famosa melanzana rossa DOP, un ortaggio unico al mondo che cresce solo in quella valle. Una contadina ci portò nei suoi campi e mi fece toccare le melanzane ancora sulla pianta. Erano rotonde, lisce, con la buccia tesa.
Quando ne cucinò una alla griglia, il profumo era dolce, quasi fruttato. E il sapore era effettivamente diverso: meno amaro, più delicato. Ogni fagiolo conteneva il colore della terra, la luce dell’alba e il fresco della sera.
La Melanzana Rossa di Rotonda DOP, lunga e lucida, appariva come un pennello con cui la natura dipingeva le ricette della tradizione: parmigiana, zuppe, contorni e sagre paesane.
«Questo è un rosso gentile,» disse Raffaele. «Non è il rosso aggressivo del peperoncino o del vino forte. È il rosso che accarezza.»
(pezzo spostato)Appena arrivammo a Matera, dove il Pane IGP ci accolse con la sua crosta scura e fragrante.
Raffaele mi portò in un forno tradizionale dove il pane veniva ancora cotto nel forno a legna.
«Metti le mani qui,» mi disse guidandole verso il forno acceso.
Il calore era intenso, quasi insopportabile.
Ma non era solo calore: c’era anche il profumo del legno che bruciava, della farina che cuoceva, della crosta che si formava.
«Il pane di Matera è speciale per tanti motivi,» spiegò il fornaio. «La farina è di grano duro, locale. La lievitazione è naturale, con lievito madre che ha decenni. E la cottura è lenta, in questo forno che ha più di cento anni.»
Mi fece toccare una pagnotta appena sfornata. La crosta era durissima, quasi come legno, e scottava ancora. Ma quando il fornaio la ruppe, l’interno era soffice come una nuvola.
«Annusa,» disse Raffaele.
Il profumo era paradisiaco: caldo, avvolgente, confortante.
Era il profumo della casa, della famiglia, della sicurezza. Raffaele mi raccontò come quel pane fosse un’opera d’arte lenta, cotta nei forni a legna, figlia di una lievitazione paziente.
Quando assaggiai una fetta con un filo d’olio, capii perché questo pane era così famoso.
La mollica soffice e alveolata non era solo nutrimento: era memoria, il colore della comunità che da secoli si riuniva attorno ai tavoli dei Sassi.
La mollica aveva una consistenza perfetta, né troppo densa né troppo leggera. E il sapore era pieno, complesso, con note quasi dolci che emergevano gradualmente.
Ogni fetta custodiva le stagioni intere, il caldo dell’estate, il freddo dell’inverno, il bianco del grano dei campi vicini.
«Questo pane dura una settimana,» spiegò il fornaio con orgoglio. «Non si secca, non ammuffisce. Migliora giorno dopo giorno. È il pane della pazienza, della saggezza.»
«È il giallo dell’oro commestibile,» aggiunse Raffaele. «Il colore del grano trasformato in vita.»
«E il colore paglierino del caciocavallo impiccato di cui mi hai parlato?» chiesi a Raffaele.
Il fornaio abbozzando un cenno di assenso verso di lui, senza parlare, tirò fuori dalla bocca del forno un mucchio di brace. Prese un caciocavallo legato ad una catenella e lo mise a penzolare sulle braci ardenti.
In pochi secondi quel formaggio iniziò a colare e finì su una fetta di pane.
E così il color paglierino mi rese felice.
Mentre cercavo invano di smettere di pensare a quel nuovo sapore, Raffaele mi ricordava ribadiva che il colore dei prodotti non è solo visivo. È un colore che si respira, si tocca, si assapora. Ogni IGP e DOP è una sfumatura della tavolozza infinita della Basilicata: dal rosso dei peperoni al verde degli olii, dal paglierino dei formaggi al marrone dei pani fragranti, dall’intenso viola delle melanzane al bianco candido dei legumi dal bianco e marrone dei fagioli di Sarconi al verde chiaro dei pistacchi di Stigliano.
Ogni borgo territorio ha il suo colore, ogni prodotto la sua storia, ogni sapore è un colore che si imprime nell’anima.
Ripensando a quella giornata, compresi che la vera magia non stava solo nei prodotti: era la loro capacità di raccontare la Basilicata Lucania con sole e stagioni, fatica e gioia dei piccoli paesi, mani dei contadini.
Il cibo diventava colore, memoria, emozione.
Raffaele mi osservava sorridendo, e io capivo che attraverso questi sapori stavo imparando a leggere il mondo con occhi diversi, più attenti, più profondi.
Avevo visto il rosso e il verde, il bianco e l’oro, e stavo scoprendo il colore della vita stessa, quello che nasce dalla terra e si manifesta sulle tavole dei borghi lucani.
«Ora capisci,» disse Raffaele mentre tornavamo a casa quella sera, «perché dico che i colori si possono assaggiare?
Ogni prodotto di questa terra ha il suo colore, anche se tu non lo vedi. Ha il colore del luogo dove nasce, della stagione, delle mani che lo preparano.
Il cibo è il modo più diretto di conoscere un territorio.»
«È vero,» risposi masticando ancora mentalmente tutti quei sapori. «Ogni sapore è come un racconto. Mi dice di montagne o di mare, di freddo o di caldo, di fatica o di festa.»
«Esatto. E sai qual è la cosa più bella? Che questi sapori non cambiano. Sono rimasti gli stessi da secoli.
Le ricette si tramandano di generazione in generazione. Quando assaggi il canestrato di Moliterno, assaggi lo stesso formaggio che mangiavano i tuoi bisnonni.
È un filo che lega il passato al presente.»
«È come il grigio delle pietre,» dissi improvvisamente comprendendo. «Anche il cibo è memoria.»
Raffaele sorrise largamente.
«Proprio così. Tutto in questa terra è memoria. Le pietre, i sapori, i profumi, i suoni. Tutto ricorda, tutto testimonia, tutto racconta. Bisogna solo imparare ad ascoltare.»
Quella sera, tornando a casa con lo stomaco pieno e il cuore ancora più pieno, pensai che forse il viaggio più bello era proprio questo: scoprire che i colori non erano solo negli occhi, ma in ogni senso, in ogni esperienza, in ogni momento di vita vissuta pienamente.
E che la Basilicata, con i suoi 131 comuni, ognuno con la sua storia, la sua cultura e i suoi sapori, era la tavolozza il mosaico cromatico più ricco che avessi mai conosciuto.
CAPITOLO 13 – I colori dei riti e della magia
Il verde in Lucania non è mai un colore fermo.
Camminando tra i boschi di Accettura, sentivo i rami frusciare sotto il al vento e pensavo che ogni foglia fosse un piccolo messaggero, un sussurro antico.
Raffaele mi prese per un braccio e indicò un albero maestoso: «Guarda questo. È il Maggio. Tra pochi giorni lo porteranno in paese. Lo scelgono perché è dritto, forte… deve raccontare qualcosa di noi.»
Lo osservai mentre mi spiegava il rito: la cima, un agrifoglio, sarebbe diventata la sposa dell’albero, e l’intero paese avrebbe seguito l’evento come se fosse una festa e una promessa insieme.
«Il verde non è solo delle foglie,» disse, «è dei gesti, della fatica, della speranza.»
E in quel momento, mentre il vento agitava la chioma dell’albero, sentii la forza di quelle parole.
Ci spostammo A Potenza, alla festa in onore di San Gerardo. Le strade erano piene di gente che aspettava di vedere la sfilata dei Turchi.
Quando passarono, con i loro cavalli, i carri, gli abiti tradizionali, notai che le loro facce erano scure.
«E’ un marrone artificiale con cui i figuranti simulano il colore della pelle dei turchi» disse Raffaele «Quel marrone è sì finzione, ma anche ricordo, rievocazione, identità»
Più dietro, decine di uomini portavano a spalla quello che da lontano sembrava un lungo tronco
«E’ quello cos’è?» chiesi a Raffaele.
«E’ la iàccara, un fascio di lunghissime canne legate tra loro che alla fine viene incendiata.»
E continuò raccontandomi che era simbolo di buon auspicio per i futuri raccolti.
«Un altro momento che scandisce le stagioni lucane è il carnevale» mi disse Raffaele.
E mi portò in diversi paesi in cui si festeggiava.
A Tricarico il Carnevale esplodeva in colori e suoni che sembravano travolgere ogni senso.
Le maschere zoomorfe antropologiche, i campanacci, i nastri rossi e verdi multicolore si intrecciavano in un balletto spontaneo eppure profondamente antico, in onore della transumanza.
Raffaele mi strinse il braccio: «Vedi? Qui ogni passo, ogni danza, ogni rumore ha un senso. Racconta chi siamo, da dove veniamo.» Io guardavo i bambini correre tra le maschere, i vecchi battere i piedi al ritmo dei campanacci, e sentivo che il paese respirava come un unico corpo. Il verde bianco dei costumi si mescolava al nero delle maschere e al rosso dei nastri, e io capivo che la vita, in quei giorni, era un caleidoscopio di emozioni da guardare con attenzione.
«Ma c’è un paese» aggiunse Raffaele, «in cui i campanacci hanno una tradizione più radicata, risuonano in maniera ancor più fragorosa.»
Parlava di San Mauro Forte. Ci andammo.
«Qui il color bronzo delle campane è il suono ipnotico che producono all’unisono» disse la mia guida.
Centinaia e centinaia di campane e campanacci di svariate misure scandivano l’atmosfera di una manifestazione che mi entrò dentro.
Un signore che ci aveva servito una bibita nel pomeriggio, lo ritrovammo la sera a portare il tempo a un gruppo di campanacci, e ci diede due pesanti campane.
«Suonate con noi» ci disse.
E ci fece sentire parte di una comunità.
Prima di andar via, gli chiesi perché portava quel pesante mantello nero.
«E’ un ricordo di mio nonno che non c’è più. Indossarlo alla festa dei campanacci significa portarci anche lui».
Colsi che il nero può essere contemporaneamente mancanza e presenza.
Lo dissi a Raffaele e lui fece un cenno di assenso.
Il suono metallico dei campanacci sembrava risuonare nelle mie orecchie anche il giorno dopo, quando raggiungemmo Satriano.
Qui il Carnevale assumeva forme che sembravano arrivare da un tempo lontano. Un rito ancestrale.
Il Rumita camminava per le strade con un ramo di pungitopo, strusciandolo leggermente sulle porte delle case.
Era un uomo ricoperto di foglie, al tempo stesso misterioso e fragile, quasi una figura vegetale che attraversava il paese portando silenzio e benedizioni.
Raffaele sussurrò: «Chi lo incontra riceve protezione, ma deve rispettare il silenzio. È un vecchio rito, legato alla terra e alla nostra storia.»
Più avanti, incontrammo gli Urs, gli orsi: uomini coperti di pelli e campanacci che camminavano lentamente, facendo tremare la terra sotto i piedi. Il loro suono Il suono era assordante, eppure in quel fragore c’era memoria, c’era il richiamo a chi parte e ritorna, a chi lotta per sopravvivere.
«E il verde?» chiesi a Raffaele mentre guardavo le strade illuminate da fuochi improvvisi.
«Il verde?» ripeté lui, sorridendo. «Il verde è nelle foglie che portano la vita. È nei rami che proteggono, nei gesti che tramandiamo. Anche nell’orso, nel Rumita… tutto è collegato. Tutto parla della nostra terra.»
Un altro carnevale a cui partecipammo fu a Montescaglioso, con la sua grande abbazia. Raffaele mi portò nel chiostro, dove il silenzio dei monaci sembrava ancora aleggiare.
Qui il Carnevale assumeva un tono severo con i Cucibocca. Quelle maschere, con l’ago pronto a chiudere le bocche dei bambini disobbedienti, incutevano timore.
Raffaele rise piano: « Qui il nero dei loro mantelli è un monito, sì, ma anche un modo per ricordare che siamo parte di un ordine, di una tradizione».
Mi spiegò che la notte del 5 gennaio, con i nove bocconi del Cucibocca, ogni gesto diventa simbolico, una purificazione che chiude le festività e apre al silenzio e alla riflessione.
In un altro periodo andammo ad un’altra manifestazione. Di fronte le imponenti Dolomiti Lucane, ogni anno le notti di Albano di Lucania diventano teatro di magia e mistero.
Il verde delle palme e delle piante si mescolava al blu profondo del cielo e al rosso dei fuochi, creando un’atmosfera sospesa, quasi irreale.
Raffaele mi prese per un braccio e mi disse: «Qui tutto è possibile. Le Notti della Magia non sono solo spettacolo, sono un modo per ricordare chi eravamo e chi possiamo essere.»
Le streghe, le cartomanti e i mangiafuoco sembravano usciti da un sogno, e io sentivo il brivido di un mondo sospeso tra realtà e fantasia, che respira attraverso il verde dei riti e dei gesti antichi.
«A Colobraro, il verde diventa scudo.
Durante la notte di San Giovanni, le case si riempiono di simboli protettivi: forbici, falci, setacci. »
Raffaele mi mostrò ???, indicando una porta: «Mettono questo sotto il letto, così gli spiriti cattivi non possono entrare.»
E io pensai che davvero la terra e le piante, attraverso il colore verde, diventavano un’armatura invisibile, un segno che la natura, se rispettata, poteva proteggere l’uomo.
«Ci chiamano il paese del malocchio,» disse uno di loro ridendo. «E va bene, siamo il paese del malocchio. Ma il malocchio è solo il nero della paura, e noi non abbiamo paura del nero. Ci viviamo dentro, lo conosciamo.
È chi ha paura che dovrebbe preoccuparsi.»
Mi raccontarono storie di jettatori leggendari, di fatture e controfatture, di maghi e streghe. Storie che in altri contesti sarebbero state paurose, ma qui erano raccontate con ironia, con autoironia, con la consapevolezza che il vero potere non è nel malocchio ma in chi decide di non crederci.
«Il nero delle leggende,» disse Raffaele, «è il nero dell’inconscio collettivo. È ciò che la comunità teme, desidera, reprime. Le leggende sono il sogno condiviso di un popolo.»
A Montescaglioso, con la sua grande abbazia, Raffaele mi portò nel chiostro, dove il silenzio dei monaci sembrava ancora aleggiare. Qui il Carnevale assume un tono severo con i Cucibocca. Quelle maschere, con l’ago pronto a chiudere le bocche dei bambini disobbedienti, incutevano timore. Raffaele rise piano: «È un monito, sì, ma anche un modo per ricordare che siamo parte di un ordine, di una tradizione.» La notte del 5 gennaio, con i nove bocconi del Cucibocca, ogni gesto diventa simbolico, una purificazione che chiude le festività e apre al silenzio e alla riflessione. Il verde delle case, dei campi e dei rami che li circondano diventa un filo che unisce paura, meraviglia e disciplina.
Mentre camminavamo tra questi paesi, osservando le maschere, ascoltando i campanacci e sentendo l’odore del legno e del fuoco, compresi che il verde in Lucania non è mai un colore solitario. È vivo, intrecciato ai gesti e alle parole, ai riti che attraversano le generazioni.
Il verde delle case, dei campi e dei rami che li circondano diventa un filo che unisce paura, meraviglia e disciplina.
Raffaele mi guardò e disse: «Non dimenticarlo. Qui ogni foglia, ogni ramo, ogni passo è un racconto. Basta saper guardare.» Io annuii, respirando profondamente, e sentii la Lucania che mi parlava attraverso il verde: il verde dei riti, della magia, della vita che continua.
E mentre il vento muoveva i rami degli alberi e i nastri dei Carnevali, Raffaele aggiunse: «Se ascolti davvero, puoi sentire la terra raccontare storie che nessun libro potrà mai contenere. Storie di paura, di coraggio, di amore… di noi.»
Lo guardai negli occhi e capii che quello era il senso del viaggio: percepire il colore della memoria, il verde che non tramonta mai.
PARTE III – I COLORI DELLA GENTE
Capitolo 14 – Le mani e le radici: il colore del lavoro
C’era un’ultima lezione che Raffaele voleva trasferirmi insegnarmi, e per farlo mi portò nei campi, nei laboratori artigiani, nei luoghi dove le mani trasformano la materia in vita.
«Il colore più importante,» mi disse mentre camminavamo verso i campi di Ruoti, «non è quello che vedi o che assaggi. È quello che fai. È il colore che le tue mani lasciano sul mondo.»
Non capivo bene cosa intendesse, ma presto avrei imparato.
Arrivammo in un campo dove un contadino stava arando con un vecchio trattore. Raffaele mi portò da lui e gli chiese se potevo provare.
«Vuoi provare ad arare?» mi chiese il contadino sorpreso.
«Vorrei capire cosa significa,» risposi.
Mi fece salire sul trattore e mi guidò. Le mani sul volante, i piedi sui pedali, il rombo del motore che vibrava in tutto il corpo. E poi, guardando indietro (o meglio, sentendo), la terra che si apriva, si rivoltava, si preparava per il nuovo ciclo.
«Senti la differenza?» gridò il contadino sopra il rumore del motore. «La terra appena arata ha un odore diverso. È un odore di inizio.»
Aveva ragione. L’odore era intenso, pieno, promettente.
Quando scendemmo, il contadino mi fece toccare le mani. Erano sporche di terra, ruvide, ma calde.
«Queste mani,» disse Raffaele, «hanno il colore del lavoro. Non è un colore che si vede. È un colore che si sente.
È la soddisfazione di aver fatto qualcosa di utile, di aver contribuito al ciclo della vita.»
A Marsico Nuovo Tito visitammo un fabbro che ancora lavorava il ferro nel modo tradizionale.
Era un artista più che un artigiano: aveva riprodotto anche sé stesso a grandezza naturale. Oltre cento chili di materia a cui aveva dato vita.
Nella sua officina, il calore della fucina era intenso, il suono del martello sul metallo ipnotico.
«Vuoi provare?» chiese il fabbro.
Mi mise in mano un martello pesantissimo e mi guidò. Colpire il ferro incandescente, sentire la resistenza, il calore che si irradiava, le scintille che volavano (Raffaele me le descriveva come stelle cadenti).
«Il ferro,» disse il fabbro, «è il nero che diventa forma.
Quando lo scaldi diventa rosso, quasi bianco. Poi lo plasmi, e quando si raffredda torna nero. Ma è un nero diverso da prima. È un nero che porta la forma che gli hai dato.»
Dopo mezz’ora di martellate, avevo le braccia doloranti ma il cuore pieno. Avevo contribuito a creare qualcosa. Una semplice staffa, niente di speciale. Ma l’avevo fatta io, con le mie mani.
«Questo è il colore della creazione,» disse Raffaele mentre lasciavamo la fucina. «Quando trasformi la materia, quando prendi qualcosa e lo rendi altro, stai aggiungendo colore al mondo.»
A Calvello visitammo un laboratorio di ceramica. Qui una donna mi insegnò a lavorare l’argilla al tornio.
«L’argilla,» disse mentre le sue mani guidavano le mie, «è la terra che diventa arte. È docile, si lascia plasmare. Ma devi rispettarla ascoltarla, sentire quello che vuole diventare.»
Le mie mani, impacciate all’inizio, lentamente impararono il movimento. Sentivo l’argilla girare sotto i palmi, sentivo come cedeva alla pressione, come prendeva forma.
«Ogni volta che fai un vaso,» disse la ceramista, «è come dare vita. Prendi terra morta e la trasformi in qualcosa che può contenere acqua, cibo, fiori. La trasformi in utilità, in bellezza.»
Quando il vaso fu finito (imperfetto, storto, ma mio), provai un’emozione che non sapevo di poter provare.
Era mio. L’avevo creato io.
«Il colore dell’argilla,» disse Raffaele, «è il colore della possibilità. Oggi è marrone e informe. Domani, dopo la cottura, sarà rosso o nero o bianco, secondo la temperatura. E avrà una forma, una funzione, un senso.»
A Pescopagano Durante uno dei nostri spostamenti, vedemmo raccogliere l’uva nei vigneti nei dintorni di Pescopagano.
Raffaele chiese se potevamo aiutare, e il proprietario accettò.
Ore sotto il sole, le mani che tagliavano i grappoli, il profumo dolce dell’uva matura, il peso dei cesti che cresceva.
Era un lavoro faticoso, ripetitivo, ma c’era qualcosa di profondamente soddisfacente in esso.
«Quando raccogli l’uva,» disse il vignaiolo durante una pausa, «raccogli un anno intero. Raccogli la pioggia della primavera, il sole dell’estate, il freddo dell’inverno i primi freddi dell’autunno. Raccogli tempo fatto frutto.»
Le mie mani alla fine della giornata erano sporche, appiccicose, doloranti. Ma erano anche le mani di chi aveva contribuito, di chi aveva partecipato al miracolo della trasformazione dell’uva in vino.
«Il viola dell’uva,» disse Raffaele quella sera, «è il colore della trasformazione. Oggi è frutto, domani sarà vino. Ma prima deve passare attraverso le tue mani.
Senza le mani, l’uva resterebbe uva. Le mani sono il ponte tra ciò che è e ciò che può essere.»
Visitammo anche altri artigiani e lavoratori.
A San Fele Terranova di Pollino un falegname che costruiva mobili tradizionali, ad Bella Avigliano una tessitrice che lavorava al telaio, a Rapone un pastore che faceva formaggio Filiano un pastore che ci fece il formaggio.
Ognuno mi insegnò qualcosa del suo mestiere, mi fece toccare, provare, sbagliare e riprovare.
E ognuno mi disse, in un modo o nell’altro, la stessa cosa: il lavoro manuale ha un valore che va oltre il prodotto finale.
Ha il valore della connessione con la materia, con la tradizione, con sé stessi.
«Le mani,» mi disse Raffaele una sera mentre ritornavamo a casa stanchi ma felici, «sono gli strumenti del colore. Puoi vedere con gli occhi, ma sono le mani che creano. Sono le mani che trasformano. Sono le mani che lasciano il segno.»
«E io?» chiesi. «Io che non vedo, cosa posso lasciare?»
Si fermò. «Tu puoi lasciare più di chi vede. Perché chi vede si distrae con l’apparenza. Tu vai dritto alla sostanza. Quando tu crei qualcosa, lo crei per quello che è, non per come appare. E questo è il vero colore delle cose.»
Non capivo bene, ma sentivo che aveva ragione.
In tutti questi giorni di lavoro manuale, non avevo mai sentito la mia cecità il mio deficit visivo come un limite.
Anzi, a volte sembrava quasi un vantaggio: ero costretto a concentrarmi sulla sensazione, sulla consistenza, sull’essenza delle cose.
«Il colore del lavoro,» concluse Raffaele, «è il colore dell’onestà. Non puoi mentire quando lavori con le mani.
O lo fai bene, o non lo fai.
Il prodotto testimonia la verità del tuo impegno.»
Quella notte, guardando (o meglio, sentendo) le mie mani callate piene di calli e sporche, pensai che forse avevo trovato il mio colore.
Non era il rosso o il blu, non era il verde o il viola.
Era il colore semplice e onesto del lavoro ben fatto.
Il colore che resta nelle mani e nel cuore di chi crea.
Capitolo 15 – I paesi che resistono: i toni dell’attesa
C’era un aspetto della Basilicata che Raffaele voleva farmi conoscere, e per farlo mi portò nei paesi più piccoli, quelli che la gente chiama “spopolati” o “abbandonati”, ma che lui chiamava “paesi della resistenza”.
«Questi luoghi,» mi disse mentre salivamo verso uno di questi borghi, «hanno un colore che non si vede facilmente. È il colore di chi resta quando tutti se ne vanno. È il colore della testardaggine, della fedeltà, della speranza ostinata.»
Il primo paese che visitammo fu Cirigliano, uno dei comuni più piccoli d’Italia. Poche decine centinaia di abitanti, case che lentamente crollavano si erano svuotate, ma anche una manciata di persone che avevano deciso di restare.
Incontrammo una vecchia signora che sedeva davanti a casa sua, come faceva ogni giorno da decenni.
«Perché resta?» le chiese Raffaele.
«Dove dovrei andare?» rispose lei con semplicità. «Questa è casa mia. Qui sono nata, qui morirò. È giusto così.»
«Ma non è difficile? Non si sente sola?»
«Sola? Mai stata sola. Ci sono le case, le pietre, i ricordi. Ogni pietra qui ha una storia. Io le conosco tutte.
Sono la loro custode.»
Quando ci allontanammo, Raffaele mi disse: «Hai sentito? Questo è il colore della custodia.
Non è un colore vistoso, non attira l’attenzione. Ma è essenziale.
Senza custodi, la memoria muore.»
In un altro piccolissimo paese, San Martino d’Agri, ancora più piccolo, trovammo una situazione simile.
Un pugno di anziani che mantenevano vivo il paese, che aprivano ogni giorno la chiesa, che coltivavano piccoli orti, che parlavano tra loro nelle piazze deserte come se fossero ancora piene.
«Questo è teatro?» chiesi a Raffaele. «Fanno finta che il paese sia ancora vivo?»
«No,» rispose. «Il paese È vivo.
Finché c’è anche solo una persona che lo abita, che lo cura, che lo ama, il paese è vivo. La vita non si misura dal numero, si misura dall’intensità.»
Visitammo altri comuni che resistevano contro il tempo e lo spopolamento, : Montemilone con i suoi loro pochi abitanti irriducibili, Castronuovo di Sant’Andrea dove e alcuni giovani che stavano cercando di invertire la tendenza. Teana dove un progetto di recupero stava attirando nuovi residenti.
A Castronuovo Tra le case in pietra di Gallicchio incontrammo un giovane che era tornato dopo anni passati al Nord.
«Perché sei tornato?» chiese Raffaele.
«Perché lassù avevo tutto, ma non avevo niente.
Qui non ho niente, ma ho tutto.
Ho radici, ho storia, ho senso.»
«Non è difficile economicamente?»
«Certo che è difficile. Ma difficile non significa impossibile.
E poi, si può misurare tutto in soldi?
Il poter camminare nei posti dove camminava mio nonno, il poter toccare i muri che hanno toccato i miei antenati, questo non ha prezzo.»
Ad Aliano, solo mille abitanti, il paese dove Carlo Levi visse il suo confino e scrisse “Cristo si è fermato a Eboli”, il colore dell’attesa era particolarmente palpabile.
Il paese manteneva viva la memoria dello scrittore, ma era anche un luogo che guardava al futuro con speranza cauta.
«Levi trovò qui la dignità,» disse Raffaele. «Trovò che anche nella povertà, anche nell’isolamento, c’era umanità, c’era cultura, c’era valore. E questo non è cambiato.
Questi paesi piccoli custodiscono valori che il mondo moderno ha dimenticato.»
Visitammo Avevamo visitato anche San Costantino Albanese e San Paolo Albanese, i due paesi arbëreshë che mantenevano viva la lingua e le tradizioni albanesi da secoli.
Qui il colore dell’attesa era anche colore dell’identità.
In chiesa sentii cantare in albanese antico, una lingua che altrove era morta da secoli ma che qui resisteva.
«Questo,» disse Raffaele dopo la messa, «è il colore della memoria che diventa presente. Non stanno ricordando il passato, stanno vivendo il passato nel presente. Per loro il tempo non è lineare.»
A Noepoli, piccolo borgo lungo il fiume, trovammo un’iniziativa interessante: alcuni giovani avevano aperto un piccolo museo della civiltà contadina, raccogliendo scrigno di oggetti e testimonianze.
«Vogliamo che i nostri figli sappiano da dove vengono,» disse uno di loro un abitante. «Magari andranno via anche loro altri giovani, è probabile. Ma almeno sapranno chi sono, sapranno le loro radici.»
Mi fecero toccare vecchi attrezzi agricoli, tessuti antichi, ceramiche tradizionali. Ogni oggetto raccontava una storia di fatica, di ingegno, di adattamento.
«Vedi?» disse Raffaele. «Il colore dell’attesa non è passivo. Non è solo stare fermi aspettando. È preparare, custodire, tramandare. È un’attesa attiva, operosa.»
A Guardia Perticara Nel borgo antico di Marsicovetere, arroccato su una collina sotto la montagna, trovammo un paese quasi deserto ma straordinariamente curato. Le strade erano pulite, i fiori curati, i muri dipinti di fresco le piazzette accoglienti.
«Chi fa tutto questo?» chiesi.
«Noi,» risposero in coro delle signore che stavano annaffiando i gerani. «Siamo rimasti in pochi, ma non per questo dobbiamo vivere nel degrado. Questo è il nostro paese, lo amiamo, lo teniamo bello per noi e per chi verrà.»
«Pensate che qualcuno verrà?»
«Deve venire qualcuno. Prima o poi la gente si stancherà delle città, del traffico, del rumore. E torneranno qui, a cercare pace, silenzio, autenticità. Noi dobbiamo essere pronti ad accoglierli.»
Da sole, quelle signore avevano creato un piccolo Museo di archeologia sperimentale e riprodotto una casa contadina.
Iniziative nate da una grande passione per le proprie radici.
Questa fiducia nel futuro, in mezzo a un presente difficile, mi commosse profondamente.
«Questo è il colore rosa della speranza,» disse Raffaele. «Non è l’arancione violento dell’ottimismo ingenuo. È il rosa tenue di chi spera con realismo, di chi sa che forse non vedrà il risultato ma lavora comunque per chi verrà dopo.»
Visitammo anche borghi che stavano sperimentando nuove vie: altri borghi piccolissimi: Calciano, città del miele, con il suo museo diffuso con i resti dell’antico insediamento, Oliveto Lucano, con meno di 500 abitanti, con progetti di accoglienza turistica ai piedi del Monte Croccia, fiero custode del complesso megalitico di Petre de la Mola.
Infine raggiungemmo, Salandra, un paese più grande dei precedenti, con interessanti iniziative culturali che attraevano visitatori da fuori regione.
«Vedi?» disse Raffaele. «L’attesa non significa immobilismo. Significa trovare nuove strade, nuovi modi di essere paese senza tradire sé stessi.
Percorsi creativi di chi resta e di chi ritorna.»
L’ultimo paese che visitammo fu Campomaggiore, quello del terremoto, dove accanto al vecchio borgo distrutto ne era nato uno nuovo. Qui il colore dell’attesa si mescolava al colore della rinascita.
«Il vecchio borgo,» mi spiegò Raffaele guidandomi tra le rovine, «aspetta. Forse sarà recuperato, forse no. Ma non è morto. È in attesa di una nuova vita, di una nuova forma.»
«E il nuovo borgo?»
«Il nuovo borgo è la prova che l’attesa ha senso. Hanno aspettato, hanno resistito, e alla fine hanno ricominciato. Sono ancora qui, ancora Campomaggiore, ancora loro stessi.»
Quella sera, seduto in una piccola piazza di uno di questi paesi, ascoltando il silenzio rotto solo da voci lontane e campanelli di animali, capii cosa Raffaele aveva cercato di insegnarmi.
Il colore dell’attesa non è grigio come si potrebbe pensare.
È un colore complesso, sfaccettato. È fatto di speranza e realismo, di memoria e progetto, di fedeltà e apertura al nuovo.
È il colore di chi sa che il tempo non è nemico ma alleato, di chi sa che resistere non significa essere rigidi ma flessibili, di chi sa che rimanere non significa fermarsi ma continuare in modo diverso.
«Raffaele,» dissi quella sera, «pensi che questi paesi sopravvivranno?»
Lui rimase in silenzio per un momento.
«Alcuni sì, alcuni no. Ma non è questo il punto. Il punto è che finché c’è anche solo una persona che resta, che cura, che ricorda, quel paese è vivo. E quella vita, per quanto piccola, ha valore infinito. È il filo che lega passato e futuro, è la testimonianza che l’uomo può vivere in armonia con i luoghi, che non tutto deve essere grande per essere importante.»
«È come il mio modo di vedere,» dissi improvvisamente capendo.
«Io vedo poco, o meglio, vedo diversamente.
Ma quello che vedo ha valore.
Non devo vedere come tutti per vedere bene.»
«Esattamente,» rispose Raffaele con calore nella voce.
«Tu sei come questi paesi: piccolo forse, limitato forse, ma autentico, vero, essenziale. E questo conta più di qualsiasi grandezza apparente.»
Quella notte dormii in una piccola locanda di uno di questi paesi, e nei sogni vidi (o sentii, ormai la distinzione si faceva sfumata) tutti i colori che avevo incontrato: il rosso della terra, il verde dei boschi, il bianco della neve, l’azzurro del mare, l’oro dei campi, il viola dei crepuscoli, il grigio delle pietre, il blu delle acque, il nero e marrone della roccia, e infine questo colore sfumato e complesso dell’attesa e della resistenza.
Tutti insieme Tutte quelle tonalità componevano la tavolozza della Basilicata, una tavolozza che ora portavo dentro di me, incisa non negli occhi ma nel cuore.
Capitolo 16 – Le parole del colore
Raffaele mi aveva insegnato Durante il viaggio avevo imparato a vedere i colori attraverso i sensi, attraverso il cibo, attraverso il lavoro. Ma c’era un ultimo modo di conoscere i colori che Raffaele voleva mostrarmi: attraverso le parole, attraverso le storie, attraverso la memoria orale che ancora sopravviveva in questi luoghi.
«Le parole,» mi disse una sera mentre camminavamo verso Tricarico, «hanno colori. Non solo descrivono i colori, sono colori. Ogni dialetto, ogni proverbio, ogni leggenda porta con sé sfumature che arricchiscono la tavolozza il ventaglio di colori del mondo.»
A Tricarico Spesso nei borghi dell’entroterra venivamo accolti da piccoli gruppi di anziani che si riunivano ogni sera nella piazza principale. Parlavano tra loro in dialetto, un dialetto antico che a volte nemmeno gli italiani della regione capivano completamente.
Raffaele mi presentò, e loro mi accolsero con curiosità. Quando seppero che ero nato vedendo tutto il mondo solo in bianco e nero, uno di loro disse: «Allora sei come noi. Anche noi vediamo un mondo che gli altri non vedono più.»
«Cosa intende?» chiesi.
«Noi vediamo il mondo com’era. Quando parliamo in dialetto, non stiamo solo usando parole diverse. Stiamo vedendo cose diverse. Abbiamo parole per sfumature che in italiano non esistono.»
Mi fecero esempi.
C’erano tre parole diverse per tre tipi diversi di oscurità: il buio prima dell’alba, il buio dopo il tramonto, il buio della notte profonda. Tre parole, tre colori diversi di nero.
C’erano quattro parole per la pioggia: la pioggerella leggera, la pioggia costante, l’acquazzone improvviso, la pioggia col vento. Quattro modi diversi di dire grigio.
«Il dialetto,» disse uno di loro, «è la tavolozza più ricca ricco di sfumature. Perché è nato qui, da questa terra, da queste esperienze. Ogni parola è un colore preciso che descrive qualcosa di reale, di vissuto.»
Quella sera ascoltai storie raccontate in dialetto (con Raffaele che traduceva quando necessario). Storie di briganti e di santi, di amori impossibili e di miracoli quotidiani, di fame e di festa, di fatica e di gioia.
E ogni storia aveva il suo colore: le storie di briganti erano rosse e nere, piene di violenza ma anche di giustizia popolare. Le storie di santi erano bianche e dorate, piene di luce e di miracoli. Le storie d’amore erano rosa e viola, piene di malinconia e speranza.
«Vedi?» mi disse Raffaele. «Le parole dipingono. E il dialetto dipinge con colori che l’italiano ha dimenticato.»
Proseguimmo il nostro viaggio attraverso le parole in altri paesi. A Pisticci, il paese dell’amaro lucano famoso in tutto il mondo, incontrammo un poeta dialettale che ancora scriveva versi in lingua madre.
«La poesia in dialetto,» disse il poeta mentre mi leggeva alcuni suoi versi, «ha un suono diverso. È più ruvida, più vera. Non cerca la bellezza facile. Cerca la verità.»
I suoi versi parlavano di campi abbandonati, di case vuote, di giovani partiti e vecchi rimasti. Ma non erano tristi. Erano pieni di dignità, di resistenza, di bellezza severa.
«Questo è il grigio che parla,» disse Raffaele. «Non è silenzioso. Ha molto da dire, ma lo dice con pudore, senza urlare.»
A Ginestra ascoltammo canti in lingua arbëreshe. Erano canti antichissimi, portati dagli antenati albanesi cinque secoli prima, conservati gelosamente, trasmessi di generazione in generazione.
«Quando canto in arbëreshe,» disse una donna anziana, «non sto solo cantando. Sto tenendo vivo un mondo. Sto dicendo ai miei figli: voi venite da lontano, avete una storia lunga, siete parte di qualcosa più grande di voi stessi.»
La musica aveva un tono particolare, malinconico ma non triste. Era il tono di chi ha lasciato una patria ma ne ha trovata un’altra, di chi è straniero ma è anche a casa.
«Questo è il viola della doppia appartenenza,» disse Raffaele. «Non sei più dell’Albania, non sei completamente dell’Italia. Sei in mezzo, sei il ponte, sei entrambe le cose insieme.»
Molto spesso, senza neppure chiederlo, ci capitava di incontrare gente che ascoltammo ci raccontava antichi proverbi: agricoli, saggezza contadina condensata in frasi brevi ma profonde.
“Quando il mandorlo fiorisce, l’inverno finisce.” “Luna rossa, acqua grossa.” “Cielo a pecorelle, pioggia a catinelle.”
«I proverbi,» disse un vecchio contadino, «sono il libro di chi non aveva libri. Sono scienza senza scuola, sono previsioni senza computer. E funzionano, perché vengono dall’osservazione attenta, da secoli di esperienza.»
«I proverbi sono i colori dell’esperienza,» disse Raffaele. «Ogni proverbio è una lezione dipinta con parole semplici ma precise. È la saggezza che si fa colore, che si fa forma comprensibile.»
A Grassano partecipammo a una veglia funebre tradizionale. All’inizio mi sembrava inappropriato, ma Raffaele mi spiegò che le veglie erano parte importante della cultura locale, luoghi dove la comunità si riuniva non solo per piangere ma anche per ricordare, raccontare, celebrare la vita del defunto.
Le donne del paese cantavano lamenti funebri, canti antichissimi che probabilmente risalivano a tradizioni pre-cristiane. Non erano canti disperati, ma canti di passaggio, canti che accompagnavano l’anima nel suo viaggio.
«Il nero della morte,» sussurrò Raffaele, «qui non è il nero della fine. È il nero del passaggio, della trasformazione. Come il seme che muore nel nero della terra per diventare pianta.»
Le donne raccontavano storie della persona morta: momenti di vita, gesti gentili, parole sagge. E ogni storia aggiungeva un colore al ritratto del defunto, che emergeva non come assenza ma come presenza viva nella memoria.
«Finché raccontiamo,» disse una delle donne, «nessuno muore veramente. Vive nelle parole, nei ricordi, nelle storie. Il vero morto è chi viene dimenticato, chi non ha più nessuno che ne parla.»
Pensando alla morte, provai un’ultima volta ad avere da Raffaele quella risposta che non mi diede mai.
«Almeno quando avrò lasciato questa terra, secondo te potrò guardare i colori? Vagare nelle sfumature di azzurro?»
Fu allora che mi regalò un sorriso e uno sguardo pieni di sentimenti.
A Valsinni, paese natale della poetessa Isabella Morra, visitammo il castello dove visse e fu uccisa giovanissima.
Qui ogni anno si teneva un festival di poesia in suo onore.
«Isabella,» ci spiegò una studiosa, «scriveva poesie piene di nostalgia per un mondo più ampio che non avrebbe mai visto. Era prigioniera qui, in questo castello isolato, e le sue parole erano il suo unico modo di viaggiare.»
Mi lessero alcune sue poesie. Erano piene di malinconia ma anche di forza, di ribellione silenziosa contro il destino.
Isabella reclamava diritti che solo agli uomini erano concessi. Era femminista già nel 1500.
«Le sue parole sono il grigio argenteo della dignità,» disse Raffaele.
«Grigio perché triste, argenteo perché nobile. Non si è arresa, non ha smesso di sognare, non ha tradito sé stessa.»
Attraversammo anche altri paesi raccogliendo parole, canti, proverbi, leggende: a Craco, Campomaggiore Vecchio e Alianello Vecchio le storie dei paesi abbandonati, a Pietrapertosa i racconti delle vie dei briganti, a Castelsaraceno le leggende del bosco, a Latronico Ripacandida i canti dei carbonai.
Ogni luogo aveva il suo repertorio, la sua biblioteca orale, il suo modo particolare di raccontare e ricordare.
E così le persone. Chi raccontava con voce forte e squillante e gesti che accompagnavano la narrazione, chi a voce bassa, lentamente, senza gesticolare.
Ma c’era un argomento che illuminava tutti gli sguardi che incrociavamo.
«Ci sono colori che odorano d’identità,» mi disse Raffaele mentre camminavamo tra i vicoli di Rionero, «e che questa terra non ha mai dimenticato. È il colore di chi ha scelto la montagna quando la valle era ingiusta.»
«Di che colore parli?»
«Del nero dei briganti. E del rosso del loro sangue.»
Raffaele mi raccontò di uomini che un tempo abitavano questi boschi. Non erano eroi, non erano santi. Erano disperati, affamati, stanchi di subire.
La legge dello Stato era lontana, e quella dei padroni troppo vicina. Così presero i fucili e salirono in montagna.
Mi raccontò che questa storia era così importante che a Brindisi Montagna si teneva una rievocazione in un enorme palco naturale.
«Non è una storia semplice,» disse. «Non c’erano buoni e cattivi. C’erano solo uomini che cercavano di sopravvivere.»
Mi portò in luoghi che ancora custodiscono quella memoria.
Mi fece toccare le pietre di una masseria diroccata.
«Qui si nascondevano. Qui mangiavano, dormivano, pregavano. E da qui partivano per fare quello che dovevano fare.»
Il nero dei loro vestiti si confondeva con quello della notte.
Il rosso era quello della rabbia, della fame, della vendetta.
Ma anche quello della vergogna, del rimorso, della paura.
«Erano uomini come noi,» disse Raffaele. «Alcuni erano violenti, altri no. Ma tutti avevano una cosa in comune: avevano smesso di credere che le cose potessero cambiare senza il fucile.»
Incontrammo un giovane dagli occhi pieni di passione. Veniva dalla Puglia, ci disse, ma aveva scelto questa terra come se fosse sempre stata sua.
«Ho visto questo palazzo in rovina,» ci raccontò mentre ci guidava tra le stanze, «e ho capito che non potevo lasciarlo morire. Qui intorno c’erano storie che nessuno più raccontava. Storie di briganti, di uomini dimenticati.»
Aveva ristrutturato il palazzo, ma soprattutto aveva ricostruito vite.
Decine di briganti tornavano a esistere attraverso le sue parole, i suoi documenti, le sue ricerche.
Raffaele mi strinse il braccio. «Vedi? Il colore dei briganti attira ancora, anche chi non ha origini lucane.»
Mi fece leggere una lettera scritta da un brigante alla madre, conservata in una teca di vetro.
«Le parole sono cupe ma chiare. Dice: perdono, mamma. Dice: non avevo scelta. Dice: prega per me.»
In quel momento capii che il nero dei briganti non era solo violenza. Era anche solitudine, nostalgia, disperazione.
«La Basilicata ricorda tutto,» disse Raffaele mentre lasciavamo quel palazzo. «Ricorda chi ha vinto e chi ha perso. Ma soprattutto ricorda che dietro ogni fucile c’era un uomo con una vita, una famiglia, dei sentimenti. E qualcuno, ancora oggi, sceglie di venire qui per custodire quelle storie.»
Il giovane ci salutò sulla soglia, e io sentii che il suo gesto era più grande di lui.
Non stava solo restaurando un palazzo. Stava restituendo dignità a chi l’aveva perduta.
«Ogni terra ha i suoi fantasmi,» disse Raffaele. «Questa terra ha i briganti. E finché qualcuno li ricorda, loro non moriranno mai davvero.»
Mentre tornavamo a casa, «Vedi,» mi disse Raffaele «le parole sono colori che non sbiadiscono. Un muro dipinto può scrostarsi, un affresco può rovinarsi. Ma una storia ben raccontata dura per sempre. Si trasmette di bocca in bocca, di generazione in generazione, e ogni volta che viene raccontata è come se venisse dipinta di nuovo.»
«Ma non cambia un po’ ogni volta?» chiesi.
«Sì, certo. E questa è la bellezza. È un colore vivo, che si adatta, che evolve. Non è fossilizzato in un museo. È parte della vita corrente. E finché qualcuno lo racconta, quel colore esiste, vive, continua a dipingere il mondo.»
Quella notte, ripensando a tutte le parole, i canti, le storie che avevo ascoltato, capii che la Lucania aveva una ricchezza che andava oltre quella dei paesaggi, dei musei o dei monumenti.
Aveva una ricchezza immateriale, fatta di memoria, di tradizione, di saggezza popolare.
E quella ricchezza, come mi aveva insegnato Raffaele, aveva tutti i colori del mondo possibili.
Bastava saper ascoltare.
Capitolo 17 – Il calore dell’accoglienza
Una sera, mentre camminavamo verso una casa dalle cui finestre filtrava una luce calda e tremolante «C’è un colore che non ti ho ancora mostrato,» mi disse Raffaele.
«È il colore più difficile da spiegare, perché non sta nelle cose ma tra le persone.»
«E che colore è?»
«È il colore dell’accoglienza. Quello che vedi quando una porta si apre e qualcuno ti dice: entra, siediti, mangia.»
Bussò a quella porta, e una donna anziana ci accolse come se ci stesse aspettando da sempre.
Non ci conosceva, non sapeva chi fossimo, eppure ci guidò dentro con un gesto semplice, naturale, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
Il grande camino era acceso e illuminava tutto.
«Accomodatevi,» disse. «Ho appena finito di cucinare.»
La tavola era già apparecchiata.
Pane, formaggio, olive, un bicchiere di vino. Niente di straordinario, eppure tutto sembrava prezioso.
Mi sedetti, Raffaele mi guardò e sorrise.
«Senti l’odore?»
Annusai l’aria. C’era il profumo del pane caldo, del legno bruciato nel camino, del sugo che bolliva sul fuoco.
Ma c’era anche qualcos’altro, qualcosa che non si poteva toccare né vedere. Ma si sentiva nell’aria.
«Questo è il colore dell’ospitalità lucana,» disse Raffaele nel mio orecchio. «Non chiede niente, non aspetta nulla in cambio.
Ti accoglie perché sei qui, perché hai bussato, perché sei entrato con rispetto.»
La donna ci servì senza dire molto.
Ogni gesto era misurato, preciso, pieno di una dignità silenziosa. Non era gentilezza forzata, non era cortesia di facciata. Era qualcosa di più antico, di più profondo.
«Qui,» disse mentre ci versava il vino, «chi passa è sempre il benvenuto. Non importa da dove vieni, non importa dove vai. Importa che ora sei qui.»
Mangiai lentamente, assaporando ogni boccone.
Il pane aveva il sapore della pazienza, il formaggio quello della montagna, il vino quello del tempo che passa.
E in ogni cosa sentivo il calore di quella casa, di quella donna, di quella terra che non respingeva nessuno.
«Perché lo fate?» chiesi improvvisamente. «Perché accogliete così, senza conoscerci?»
La donna mi guardò con occhi che avevano visto e superato tanti inverni.
«Perché un giorno potrei essere io a bussare alla tua porta,» disse semplicemente. «E perché questa terra ci ha insegnato che chi ha poco deve condividere tutto. Chi ha molto, spesso non condivide niente.»
Raffaele annuì, come se quelle parole confermassero qualcosa che aveva sempre saputo.
Dopo quelle parole salutammo e prima che riuscissimo a ringraziare, fu la donna a ringraziare noi per la compagnia che le avevamo fatto.
Quando uscimmo, la notte era scesa.
Le stelle brillavano in quel cielo lucano, e io mi sentivo diverso, più pieno.
«Dietro quella porta di legno marrone hai sentito che colore c’era?» mi chiese Raffaele.
«Sì.»
«E che colore era?»
Ci pensai un momento. «Era caldo. Era come l’oro del pane, ma anche come il rosso del vino. Era come il bianco del formaggio, ma anche come il marrone del legno che brucia. Era… tutti i colori insieme!»
Raffaele sorrise.
«Esatto. L’accoglienza non ha un solo colore. È la somma di tutto ciò che questa terra ha da dare. È il colore dell’umanità.»
Dopo quella cena, ci fermammo a dormire a Trivigno, dove una coppia di signori romani aveva deciso di far rivivere la casa dei genitori di lei per far pernottare i viaggiatori.
Anche loro ci accolsero come se fossimo vecchi amici.
Parlando di lavoro, ci raccontarono di persone che erano dovute andare fuori per lavorare e di un loro amico, lucano da generazioni, che aveva aperto anche lui la villa di campagna ai viaggiatori. Successe per caso, sorprendendosi lui stesso per quella decisione, non avrebbe mai pensato di voler far dormire persone estranee a casa sua.
«Vedi? questa terra sorprende e ammalia» disse Raffaele.
«Non dà tantissime opportunità, ma ha qualcosa che fa tornare alle origini, qualcosa che la fa sentire propria a chi non vi è nato e qualcosa che fa decidere di non allontanarsene mai trovando anche nuove opportunità.»
Era proprio vero, pensavo: questa regione può togliere e può dare.
Proprio come la vita che mi ha tolto la possibilità di guardare a colori ma mi sta permettendo di vedere i colori.
La mattina dopo, proseguimmo il viaggio in silenzio, ma dentro di me qualcosa mi parlava.
Avevo tatuato sulla pelle che la Basilicata non si misurava solo nella sua natura rigogliosa, nei suoi borghi, nei suoi prodotti.
Si misurava anche nei gesti semplici di chi apre una porta a uno sconosciuto e gli dice: entra, sei a casa.
Pensai che forse il colore più bello in assoluto non era quello del tramonto o del mare.
Era il colore di una mano disinteressata che ti porge il pane, di un sorriso sincero che ti dà il benvenuto.
Avevo scoperto il colore e il calore dell’accoglienza.
Quel colore caldo ora mi accompagnava.
E avrebbe continuato a stare con me per sempre.
Capitolo 18 – L’uomo che aveva imparato a vedere
Il viaggio stava per finire.
Avevo percorso la Basilicata da nord a sud, da est a ovest. Avevo toccato ogni tipo di pietra, assaggiato ogni tipo di cibo, ascoltato ogni tipo di storia. E lentamente, passo dopo passo, qualcosa dentro di me era cambiato.
Non vedevo ancora i colori con gli occhi. Quello no.
Il rosso restava per me un’astrazione, il blu una teoria.
Ma li sentivo in un modo che prima non sapevo fosse possibile.
Sentivo il rosso nel calore del sole sulla pelle, nel sapore pieno del vino, nel profumo intenso dei peperoni cruschi. Sentivo il verde nel fruscio delle foglie, nell’odore dell’erba appena tagliata, nella frescura dell’ombra sotto gli alberi. Sentivo l’azzurro nel suono delle onde, nel sapore salato dell’aria marina, nella vastità che percepivo davanti al mare.
E così via per tutti gli altri colori.
Non li vedevo, ma li conoscevo. Non con gli occhi, ma con l’anima.
Tornai al mio paese natale una mattina di autunno.
Le foglie cadevano dagli alberi, e Raffaele mi disse che erano rosse, gialle, marroni.
«Toccale,» mi disse.
Le presi in mano. Erano secche, croccanti, leggere come piume. E quando le sfregai tra le dita, producevano un suono particolare, un fruscio delicato.
«Questo è l’autunno,» disse Raffaele. «È il tempo in cui i colori muoiono per rinascere. Le foglie cadono rosse e gialle, ma diventeranno marrone, poi nero, poi terra. E dalla terra nasceranno nuove foglie, nuovi colori.»
Camminammo per il paese, e ogni cosa mi sembrava diversa da come la ricordavo. Non perché fosse cambiata, ma perché ero cambiato io.
Il muro della chiesa, che prima era solo un muro, ora era grigio di secoli, grigio di preghiere, grigio di memorie. La porta di legno della casa di mio nonno, che prima era solo vecchia, ora era marrone di tempo, marrone di mani che l’avevano aperta e chiusa mille volte.
La fontana al centro della piazza, che prima era solo fresca, ora era blu di acqua che viene da lontano, blu di sorgente montana, blu di purezza.
«Stai vedendo,» disse Raffaele con voce piena di emozione. «Non con gli occhi, ma stai vedendo. Forse meglio di chi ha gli occhi perfetti.»
«Come puoi dirlo?»
«Perché chi vede con gli occhi spesso non vede davvero. Guarda ma non osserva. Tu invece sei costretto a osservare, a sentire, a capire. Vai oltre l’apparenza, arrivi all’essenza.»
Quella sera mi portò in un luogo speciale, una collina fuori dal paese da cui si vedeva la valle sottostante.
Era il posto dove veniva sempre quando aveva bisogno di pensare, di riposare, di ricaricarsi.
«Siediti,» mi disse.
Mi sedetti sull’erba ancora calda di sole. Il vento portava profumi di terra e di foglie, suoni di campane lontane e di cani che abbaiavano.
«Ora ti descrivo quello che vedo,» disse Raffaele. «Ma ascolta bene, perché non sto descrivendo solo colori. Sto descrivendo emozioni, storie, significati.»
E cominciò a parlare.
Mi disse del rosso dei tetti che diventava arancione nel tramonto, di come ogni casa sembrava una fiamma accesa in mezzo al verde delle colline.
Mi disse del verde degli ulivi che argentavano ??? al vento, di come sembravano onde di un mare immobile.
Mi disse dell’oro dei campi di grano già mietuti, di come brillavano come specchi sotto l’ultima luce del giorno.
Mi disse del viola che stava invadendo il cielo, di come si mescolava con l’azzurro e il rosa creando sfumature per cui non esistevano nomi.
Mi disse del grigio delle montagne in lontananza, di come sembravano giganti addormentati che vegliavano sulla valle.
E mentre parlava, io vedevo.
Non con gli occhi, ma vedevo. Ogni parola era una pennellata, ogni frase un dipinto. E il quadro che si formava nella mia mente era più vivo, più vero di qualsiasi cosa avessi mai immaginato prima.
«Questo è il momento,» disse Raffaele dopo un lungo silenzio. «Questo è il momento in cui tutti i colori sono presenti insieme. Il giorno che diventa notte, la luce che diventa ombra, il caldo che diventa fresco. È il momento perfetto, quando tutto è in equilibrio.»
Rimanemmo seduti in silenzio mentre il tramonto diventava crepuscolo, e il crepuscolo diventava notte. E io sentii ogni passaggio, ogni sfumatura, ogni cambiamento.
Quando le prime stelle cominciarono a brillare (Raffaele me lo disse), provai un’emozione che non sapevo di poter provare. Non era tristezza per non poter vedere quelle stelle.
Era gratitudine per poter sentire il loro significato.
«Raffaele,» dissi dopo un altro lungo silenzio, «grazie.»
«Di cosa?»
«Di tutto. Di avermi insegnato a vedere. Di avermi mostrato che il mondo ha più colori di quelli visibili agli occhi. Di avermi fatto capire che la mia cecità non è una mancanza, ma una diversa forma di visione.»
Sentii che si muoveva, che si avvicinava. Poi sentii la sua mano sulla mia spalla.
«Io non ti ho insegnato niente,» disse con voce roca.
«Tu sapevi già tutto. Dovevi solo ricordartelo. Il mondo ha sempre parlato la tua lingua. Dovevi solo imparare ad ascoltarlo.»
«E ora?»
«Ora continui. Continui a vedere, a sentire, a vivere. E forse, un giorno, insegnerai tu a qualcun altro. Insegnerai che si può vedere senza occhi, che si può dipingere senza pennelli, che si può avere tutti i colori del mondo anche quando ne vedi solo due.»
Quella notte tornai a casa con il cuore pieno.
E per la prima volta in vita mia, non mi sentii diverso, limitato, mancante.
Mi sentii completo, ricco, fortunato.
Avevo viaggiato attraverso la Basilicata, una delle regioni più belle e misconosciute d’Italia.
Avevo toccato le sue pietre, assaggiato i suoi cibi, ascoltato le sue storie.
E soprattutto, avevo imparato a vedere i suoi colori
e il colore della felicità.
Non con gli occhi, ma con qualcosa di più profondo.
Con l’anima.
Capitolo 19 – Tutto quello che ora so sui colori
Sono passati anni da quel viaggio con Raffaele.
Anni in cui ho continuato a esplorare, a sentire, a vedere a modo mio.
Di inverni se ne sono susseguiti tanti.
E Raffaele non c’è più.
Se n’è andato una sera di un inverno qualunque, tranquillamente, come aveva vissuto.
Ma non è mai veramente andato via.
È in ogni colore che sento, in ogni profumo che riconosco, in ogni suono che ascolto.
Vivo ancora nel mio piccolo paese lucano.
Non me ne sono mai andato, e non me ne andrò mai.
Perché qui ho imparato che non serve viaggiare lontano per vedere il mondo.
Basta imparare a guardare dove sei, con tutti i sensi che hai.
Lavoro come artigiano, come mi ha insegnato Raffaele.
Lavoro il legno, principalmente. Creo oggetti semplici: ciotole, cucchiai, taglieri. Non posso vedere se sono belli, ma sento se sono giusti.
Le mie mani conoscono la forma perfetta, l’equilibrio giusto, la finitura corretta.
La gente viene da lontano per comprare le mie cose.
Dicono che hanno qualcosa di speciale, che si vede che sono fatte con amore. E forse è vero.
Perché quando lavoro, non penso a come appariranno.
Penso a come saranno al tatto, a come staranno in mano, a come si useranno.
Penso alla loro essenza, non alla loro apparenza.
Ho preso l’abitudine di portare giovani, soprattutto quelli che hanno difficoltà, nei posti che Raffaele mi mostrava. Gli insegno quello che lui ha insegnato a me: che il mondo si può vedere in mille modi, che ogni limite può diventare una risorsa, che la bellezza non è solo negli occhi.
Alcuni mi ascoltano, altri no.
Ma quelli che ascoltano, quelli che veramente capiscono, trovano qualcosa di prezioso. Trovano un modo nuovo di stare al mondo, un modo più profondo, più vero.
Tutto quello che ora so sui colori l’ho imparato da Raffaele.
Ho imparato che il rosso non è solo luce a una certa lunghezza d’onda, ma è calore, passione, vita.
Ho imparato che il verde non è solo un effetto dell’occhio, ma è respiro, crescita, speranza.
Ho imparato che ogni colore ha mille sfumature, e che quelle sfumature non si vedono solo con gli occhi ma con il cuore, con le mani, con tutti i sensi insieme.
Ho imparato che l’azzurro Persia di cui Raffaele parlava sempre non è solo un colore del cielo lucano, ma è uno stato d’animo. È la nostalgia di qualcosa che ami ma non puoi toccare. È la distanza che rende le cose più belle. È il sogno che insegui ma non raggiungi mai del tutto.
E ho imparato che anche io, che sono nato vedendo solo in bianco e nero, posso avere tutti i colori del mondo.
Perché i colori veri non stanno fuori, stanno dentro.
Non si vedono, si sentono.
Non si catturano, si vivono.
Ogni mattina mi sveglio e esco di casa. Tocco il muro di pietra, sento il sole sulla pelle, annuso l’aria. E in quei gesti semplici, vedo tutti i colori della Basilicata: il grigio delle pietre che custodiscono storie, il rosso del sole che riscalda, il verde dell’erba che resiste, l’azzurro del cielo che abbraccia tutto.
Vedo il marrone della terra che promette raccolti, il giallo dell’oro dei campi che nutre, il viola delle ombre che custodiscono misteri, il blu delle acque che scorrono portando vita.
Vedo il nero della notte che amplifica ogni suono, il bianco della neve che sospende il tempo, il rosa della speranza che non si arrende mai.
E soprattutto, vedo il colore più importante di tutti: il colore della vita stessa, quel colore innominabile che è la somma di tutti gli altri, che è l’essenza di tutto ciò che esiste.
Non è un colore che si può descrivere o misurare.
È un colore che si può solo vivere.
La sera, quando torno a casa stanco ma sereno, mi siedo sulla stessa collina dove Raffaele mi portò quella volta. E anche se non posso vedere il tramonto con gli occhi, lo vedo con tutto me stesso.
Sento il calore che decresce, i profumi che cambiano, i suoni che si trasformano. Sento il giorno che diventa notte, la luce che diventa ombra. E in quella trasformazione, riconosco tutti i colori che Raffaele mi ha insegnato.
A volte, in quei momenti, sento ancora la sua voce. Mi dice: “Stai vedendo?”
E io rispondo, sorridendo: “Sì, Raffaele. Sto vedendo. Finalmente, veramente, completamente, sto vedendo.”
Il vento porta via le mie parole, ma so che lui le sente.
Perché Raffaele è nel vento, nel sole, nella terra. È in ogni colore che sento, in ogni emozione che provo.
È nella Basilicata stessa, nella sua terra rossa e nelle sue montagne verdi, nei suoi cieli azzurri e nei suoi borghi grigi.
È nella memoria delle pietre e nella speranza dei campi, nelle parole degli anziani e nei sogni dei giovani.
E io, che sono nato vedendo solo in bianco e nero, ora vedo tutto questo.
Non con gli occhi, ma con qualcosa di infinitamente più profondo.
Vedo con l’anima.
E l’anima, mi ha insegnato Raffaele, ha tutti i colori del mondo.
A tutti coloro che vedono oltre ciò che gli occhi mostrano.
A tutti coloro che sanno che la bellezza ha mille forme.
A tutti coloro che custodiscono la memoria dei luoghi.
Alla Basilicata, terra di colori infiniti ed infinite promesse.
A volte, mantenute.
Dove il tempo si ferma, inizia la magia.
«Questa è lava del Vulture,» mi spiegò. «È fuoco diventato pietra. È il nero della trasformazione violenta, del fuoco che diventa solidità.»
La sensazione sotto le dita era strana: ruvida ma non tagliente, leggera ma resistente. Sembrava contenere ancora l’eco del fuoco che l’aveva generata