IL REGALO inUTILE
Scarta, ridi, ricicla
Guida ironico-filosofica
ai regali sbagliati, in ritardo e da riciclare,
di compleanno, onomastico, natale,
epifania e ricorrenze varie
Copyright © 2025 Lino Riso – Tutti i diritti riservati
Attenzione: nessun regalo inutile è stato maltrattato
per la realizzazione di questo libro
Nella vita una risata risolve tante cose.
Quelle che non risolve, almeno le rende più leggere.
Questo libro è per chi sa sorridere,
per chi vive con serietà senza prendersi sul serio,
per chi sa che anche l’inutile può tornare utile.
Perché, a volte, non serve una soluzione,
serve solo ridere un po’…
Indice
DISCLAIMER Istruzioni per l’uso 7
ATTO ZERO Il patto 11
ATTO I Il regalo in zona Cesarini 23
ATTO II Lo scarto 37
ATTO III La risata 51
ATTO IV L’utilizzo creativo 73
ATTO V Il riciclo 91
ATTO VI Il senso dell’inutile 107
DISCLAIMER
Chiariamo subito una cosa: “disclaimer” qua non c’azzecca niente, ma faceva figo!
Invece, sono importanti le ISTRUZIONI.
- Questo libro non va letto tutto d’un fiato, ma se vuoi farlo, nessuno te lo impedirà.
- Può essere aperto a caso, chiuso senza rimorsi, abbandonato sul tavolo e ripreso giorni dopo come se nulla fosse successo. Non soffre. È un libro: è abituato.
- Non è necessario concentrarsi.
Se perdi il filo, va bene lo stesso. Se non lo trovi… ancora meglio!
- La posizione consigliata per la lettura è una qualunque: seduto, sdraiato, in piedi, sul divano, sul letto, in bagno. Soprattutto in bagno, così questo coso si sente in buona compagnia.
- Non cercare una trama. Se pensi di averla trovata, probabilmente è un errore di stampa o ti piaceva così tanto che ti sei addormentato e hai sognato altro.
- Non ci sono capitoli fondamentali, rivelazioni finali o colpi di scena decisivi. L’unico colpo di scena potrebbe essere rendersi conto che stai ridendo di qualcosa anche se ti sembra fuori luogo. E questo è un buon segno…
EFFETTI COLLATERALI – Questo libro può provocare pensieri spiacevoli. Comunemente può portare a esclamare “che cavolata!” e servire a non far traballare il tavolo, posto sotto uno dei quattro piedi. Raramente può essere lanciato dalla finestra o, per chi ce l’ha, messo nel camino acceso. Molto raramente può essere regalato a qualcuno a cui vuoi male.
Una volta terminato (se mai accadrà), puoi: tenerlo, dimenticarlo, regalarlo di nuovo, riciclarlo nella carta, fingere di averlo apprezzato tantissimo.
Non è prevista assistenza post-lettura.
Non è garantito alcun miglioramento personale. Anzi, è garantito al 100% che l’unico rischio e uscirne deluso dal livello raggiunto dall’umanità.
Se, alla fine, penserai “sto libro non serve a niente”, allora lo renderai felice.
Se succede, bene. Se non succede, va bene lo stesso.
Ora puoi iniziare.
O fargli fare subito la fine che tu ritieni più consona.
AVVERTENZE – Alla fine di ogni atto, puoi lasciare le tue valutazioni. Si possono anche riportare in coppia, facendole divenire gioco e confronto.
Attenzione: non scrivere a penna, questo libro non sarebbe più riciclabile.
Infine, ogni tanto potresti trovare del testo cancellato: non farci caso, è scappato.
ATTO ZERO
Il patto
Come si dice: “Patti chiari, amicizia lunga.”
Iniziamo con reciproca sincerità questo percorso.
Questo molto probabilmente è un regalo.
Almeno si spera. Anche perché se lo hai comprato per te, allora c’è qualcosa che non va che deve essere indagata da uno bravo.
Forse ti è stato regalato per il tuo compleanno, forse te l’ha portato Babbo Natale o lo hai ricevuto per qualche altra ricorrenza; sicuramente è stato comprato in un momento di panico dell’ultimo minuto, quando qualcuno, in una libreria troppo illuminata o avanti a un pc con altre 10 schede del browser aperte, ha pensato: “Questo è perfetto. Non serve a niente, ma forse farà ridere.”
In realtà quel qualcuno non aveva la più pallida idea di cosa regalarti, ma ha avuto comunque un pensiero per te.
Ora, tu starai pensando “meglio se non aveva nessun pensiero”, ma ormai è fatta: questo libro è nelle tue mani e se sei arrivato fin qua, almeno lo hai aperto e hai letto la prima parte.
Prima di andare avanti, però, dobbiamo chiarire una cosa.
Questo non è un libro motivazionale. Non è un manuale. Non migliorerà la tua vita, non ti renderà più efficiente, non ti farà guadagnare soldi (al limite te ne farà perdere dallo psicologo), non ti aiuterà a diventare una versione migliore di te stesso.
E non lo farà apposta (ecco la migliore scusa quando non si è capaci a fare ciò che si vorrebbe).
Viviamo circondati da cose che promettono di servirci.
Ogni oggetto, ogni app, ogni libro sembra volerci insegnare qualcosa, correggerci, ottimizzarci la vita, renderci più performanti. Ma poi: chi ha chiesto di voler cambiare?
Questo libro no. Non pretende di migliorarti, sarebbe come dire che ora non sei un granché.
Lui esiste per una ragione molto più semplice: farti compagnia per qualche minuto e farti sorridere o maledire chi te lo ha regalato o chi l’ha scritto.
Se stai cercando risposte, soluzioni o rivelazioni profonde, puoi chiuderlo ora. Nessuno si offenderà.
Il libro resterà qui, immobile, inutile e sereno.
Se invece sei disposto ad accettare l’inutilità come valore, allora possiamo stringere un patto.
Il patto è semplice.
Tu non chiederai a questo libro di servirti.
E lui non cercherà di insegnarti niente né ti giudicherà, qualunque fine gli farai fare.
Tu lo leggerai quando vuoi: dall’inizio, dalla fine, a caso, in bagno (come ti ho già consigliato), sul divano, in piedi in una cucina mentre aspetti che bolla l’acqua.
E lui non ci rimarrà male.
Questo libro non ha altra missione che provare ad essere leggero.
Ogni regalo inutile ha un grande pregio: abbassa le difese.
Un regalo inutile dice solo: “Ho pensato a te. Anche se male.” Ed è da qui e dalle reazioni stereotipate quando si riceve un regalo inutile, più false dei soldi del famoso gioco da tavolo, che nasce questo libro.
Nasce da tutti quei pacchetti scartati con educazione, anche se controvoglia.
Da quei sorrisi un po’ forzati ma sinceramente falsi.
Da quelle frasi dette automaticamente: “Che bello!”, “Non dovevi!”, “Mi serviva proprio!”, anche quando non era vero.
E la cosa più simpatica e imbarazzante di quei momenti è sempre stata la falsità educata del/della regalante che, pur rendendosi palesemente conto che il regalo non era risultato gradito, ha dovuto mentire a sua volta, tirando fuori frasi del tipo “Te l’ho preso con il cuore!”, “Meno male che ho scelto questo, temevo non potesse servirti!”, oppure la intramontabile e classica esclamazione che trasuda consapevole e malcelata mortificazione “Meno male che ti sia piaciuto!”.
Queste pagine nascono dalla consapevolezza che il gesto conta più dell’oggetto.
Ma, porca miseria, ogni tanto pensate anche all’oggetto oltre al gesto! E impegnatevi almeno un po’.
Soprattutto, questo libro nasce dalla convinzione che spesso le cose che sembrano non servire a niente sono quelle che ricordiamo di più se abbiamo qualcuno con cui riderne insieme.
Dopo questa perla di saggezza, da qui in poi troverai pensieri e situazioni che probabilmente riconoscerai. Regali assurdi, momenti imbarazzanti, risate inaspettate.
Se accetti questo patto, puoi continuare.
Se non lo accetti, puoi comunque continuare.
È la bellezza dell’inutile: funziona anche senza consenso.
Ora puoi continuare a leggere.
O fermarti.
Scarta, ridi, ricicla: ecco l’ordine delle azioni che questo libro dovrebbe provocare.
Se stai leggendo, la carta l’hai già stracciata e accartocciata (se non lo hai fatto e hai scartato questo libro piano piano, conservando la carta regalo, devi convincerti di farti vedere da qualcuno).
Se hai già abbozzato qualche sorriso, allora c’è qualche speranza che un po’ di buon umore continui a venir fuori.
Se invece stai già pensando a riciclarlo perché ti è già bastato arrivare fin qua, allora abbiamo già vinto tutti.
- Questo libro inutile è divenuto utile, divenendo un regalo per qualcun altro che potrebbe vedere la vita diversamente da te
- Tu, riciclandolo, hai risparmiato di acquistare un regalo
- Io, che ti accompagno in questo percorso nell’utile inutilità, non ho perso tempo a scriverlo.
Avrai notato che la suddivisione non è per capitoli ma per “atti”. Questo perché il momento dell’apertura di un regalo, alla presenza del/della regalante e del pubblico, è un momento di altissimo teatro, tra protagonisti (spesso di una tragedia annunciata) e chi osserva la scena, che sarebbero tutti quelli con gli occhi fissi sui pacchetti.
Momenti di recitazione, espressioni improbabili e frasi di un copione già scritto che si ripete in ogni casa, in ogni occasione, ad ogni apertura di un regalo quasi sempre comprato di fretta e, spesso, coerentemente inutile.
Prima di andare avanti, fermati un attimo.
Compila il patto:
☐ Prometto di non prendere troppo sul serio quello che leggerò
☐ Prometto di aver ricevuto almeno un regalo inutile nella mia vita
☐ Prometto di aver fatto almeno un regalo inutile nella mia vita
☐ Prometto di non ridere quando non dovrei
L’ultimo regalo inutile che ho avuto (prima di questo libro) e da chi l’ho ricevuto:
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Il motivo per cui sto leggendo questo libro è:
☐ Me lo hanno regalato
☐ Dovevo fare un regalo e l’ho comprato “per sbaglio”, per cui me lo sono tenuto
☐ Me ,lo sono comprato volontariamente
☐ Non lo so, ma ormai sono qui
La mia aspettativa per questo libro (0–10):
0 ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ 10
Valutazione di questo ATTO ZERO:
☐ 0
☐ 1
☐ 2
☐ 3
☐ 4
☐ 5
☐ 6
☐ 7
☐ 8
☐ 9
☐ 10
Le mie considerazioni:
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ATTO I
Il regalo in zona Cesarini
Il regalo dell’ultimo minuto non nasce a caso.
Accade e basta: è l’undicesimo comandamento.
Non è frutto di riflessione. È il risultato di una corsa contro il tempo, di un senso di colpa improvviso e di una memoria che, alle 18:47 del 24 dicembre, o mezz’ora prima di andare a quel compleanno o a quell’onomastico a cui avresti voluto fare a meno, decide di ricordarti che devi acquistare un regalo.
È in quell’istante che ti ricordi di doverlo fare per forza quel regalo. Non uno importante. Non uno pensato, ma uno qualsiasi. E lo devi fare subito.
Il regalo in zona Cesarini è figlio dell’ultimo minuto e nipote diretto del panico. A natale, arriva quando i negozi stanno abbassando le serrande, le luci si spengono una a una e l’umanità si divide in due categorie: chi ha già finito di fare regali e chi finge di non essere in ritardo e chiede “State già chiudendo?”
E la commessa, simpaticamente: “Veramente abbiamo appena iniziato l’antipasto.”
Tu, ovviamente, non sei la commessa, ma quella persona che ha fretta di comprare il classico regalo inutile ma obbligato.
La corsa
Entri nell’unico negozio ancora aperto senza guardare cosa vende. Non importa.
Potrebbe essere una libreria, una profumeria, un negozio di articoli per la casa o un ferramenta: il cervello non fa più distinzioni.
Tutto può diventare un regalo: basta che sia incartato, abbia una coccarda e un nastro colorato e acquisisce lo status di regalo.
Cammini veloce tra gli scaffali; guardi oggetti a caso con una concentrazione che non hai mai messo nemmeno quando hai comprato la macchina nuova.
Prendi in mano una cosa. La rimetti giù. La riprendi.
La guardi come se volessi chiederle: “Sei giusta?”
E ti aspetti che quella cosa risponda decisa: “Sì, sono io. Sono il regalo giusto.”
Quando si fanno le cose di corsa, bisogna aspettarsi di tutto. Anche di sentire voci inesistenti.
I commessi
Nel pieno del panico appaiono loro: il commesso e la commessa, che hanno più fretta di te perché devono chiudere.
Questa circostanza merita una riflessione.
Probabilmente i peggiori regali dell’ultimo minuto dipendono in gran parte dalla strisciante vendetta di chi deve consigliarti qualcosa proprio nel momento in cui già era con un piede fuori dal posto di lavoro.
Ma se fossi tu al loro posto a trovarti di fronte una persona confusa, affannata, che non sa cosa comprare, che non è capace di rispondere a nessuna semplice domanda del tipo “A chi deve fare il regalo? Quanti anni ha? Che hobby ha?”, da uno a dieci, quanto sarebbe alto il grado di vendetta per averti costretto a stare ancora 10 minuti al lavoro, casomai perdendo l’autobus?
Ecco allora che commessi e commesse consigliano il peggio, il regalo più inutile che esista sulla faccia della terra.
Questi vendicatori, che fino a 5 minuti prima erano semplici e onesti commessi, si riconoscono subito quando si trasformano: hanno lo sguardo stanco, il sorriso professionale al minimo sindacale e una pazienza che sta per scadere come uno yogurt dimenticato nel bagagliaio dal 10 agosto a ferragosto.
“Possiamo aiutarla?” chiedono, con la speranza che il cliente ritardatario risponda: “No, grazie, devo andare.”
E invece il cliente dell’ultimo minuto risponde di sì, aggiungendo: “Ma state chiudendo?”
Nooooo, stavano abbassando le saracinesche perché era il giorno del collaudo del motorino!
“Possiamo aiutarla?” è una domanda pericolosa.
Per prima cosa perché nasconde tutta la seconda parte della sequenza che, completa sarebbe “Possiamo aiutarla? In modo che trova subito un bel regalo inutile e che vada male per tutti e ci lascia andare a casa visto che siamo tutti e due stanchi morti e, se non si sbriga, i morti diventano tre e perdiamo anche l’autobus.”
Ma è una domanda pericolosa anche perché ora devi parlare. Devi spiegare. Devi dare informazioni che non hai. E se anche le avessi, in quel momento la mente è altrove.
E allora dici: “Cerco un regalo.”
“Per chi?”
“Ehm… per una persona.”
“Uomo o donna?”
“Sì.”
Ma “sì” cosa? Ma lo sai o no a chi devi fare sto regalo?
Già è troppo se non ti tirano una testata e ti gettano fuori dal negozio che sta già con le serrande a metà.
Ma i commessi sono allenati, non fosse altro che per mantenere il posto di lavoro. Ti guardano come si guarda qualcuno che sta per prendere una decisione sbagliata ma inevitabile. E ti aiutano pure… a prendere la decisione più sbagliata in assoluto!
Ecco la loro vendetta.
L’identikit impossibile
A questo punto inizi a costruire un profilo umano totalmente inutile:
“È una persona semplice ma raffinata. Simpatica ma profonda. Che ama le cose utili, però anche un po’ originali. Ma non troppo.”
A questa descrizione l’unico dubbio è su dove rinchiuderti.
I commessi muovono la testa come se avessero capito, ma fingono di capire. Ti mostrano un oggetto che non avevi mai visto prima e che non vedrai mai più.
“Questo è molto gettonato come regalo buono un po’ per tutti.” Ma in realtà, è buono solo per il negozio che finalmente lo vende a qualcuno quell’esempio fulgido di oggetto inutile anche per il negozio stesso, perché non lo compra nessuno.
Tu lo guardi: non sai cos’è; non immagini a cosa serva.
Ma ti parla.
Ti dice “Sono io, sono quello giusto.”
In realtà è il commesso che, camuffando la voce, come se arrivasse da un altro mondo, ha scandito lentamente quelle parole sussurrate.
E tu, in trance per la fretta e la confusione, pensi ad una illuminazione… quella del negozio che si sta spegnendo perché ora te ne devi andare e basta.
E così, esci dal negozio dal retro, perché le porte principali le avevano già chiuse, e sei felice: hai comprato il tuo regalo dell’ultimo minuto.
E hai anche la convinzione che possa piacere.
Il compromesso
Il regalo in zona Cesarini non è mai una scelta.
È un compromesso tra ciò che devi fare e ciò che costa meno del tuo senso di colpa.
Lo prendi perché devi prendere qualcosa a qualcuno.
Non sai nessuna caratteristica di quel qualcuno e, anche se sai tutto, la fretta ti annebbia ogni ragionamento.
Quando un amico o un’amica ti chiedono cosa hai comprato per miss X o mister X rispondi: “È molto particolare, vedrai.”
E quando lo darai come regalo, ovviamente, aggiungerai: “L’ho visto e ho pensato a te.”
È vero, ma ometti che non ricordavi neanche il tuo nome in quel momento, davanti alla fretta del negozio che stava chiudendo e al vuoto cosmico della tua mente.
E così, il compromesso tra la fretta e la vendetta dei commessi ha generato il regalo inutile perfetto.
L’impacchettamento della dignità
Arriva il momento dell’incarto.
Carta lucida. Fiocco esagerato. Etichetta scritta in maniera perfetta.
Tutto fatto con la massima calma, con tutto il tempo a disposizione.
Pensaci: il tempo dell’impacchettamento fatto in casa è quasi sempre almeno il doppio del tempo impiegato per comprare il regalo.
Questo tipo di impacchettamento serve, in realtà, a una cosa sola: distrarre dall’oggetto.
È la scenografia che nasconde la nullità dell’idea.
Più il regalo è inutile, più il fiocco cresce per restituire dignità al minimo impegno nel comprarlo.
La cruda verità
Il regalo dell’ultimo momento non è bello, soprattutto non è mai utile. Quasi sempre non è nemmeno adatto a chi lo riceve.
Ma è sincero. Di una sincerità brutale. Dice: “Ti ho pensato… alla fine, ma ti ho pensato.”
Ed è già qualcosa.
Perché tra non fare alcun regalo e farne uno pessimo, l’essere umano sceglie quasi sempre la seconda opzione.
E lo fa con la promessa, che già sa che non manterrà, di organizzarsi per tempo l’anno prossimo.
Il regalo in zona Cesarini è l’inizio di questa storia.
Perché tutto quello che verrà dopo — lo scarto, la risata, l’utilizzo creativo e infine il riciclo — nasce esattamente da qui.
Da una corsa.
Da uno stato di confusione.
Dal ridursi all’ultimo minuto che è abitudine consolidata dell’essere umano.
SCHEDA ATTO I
Ripensa all’ultimo regalo fatto in ritardo.
Data approssimativa e ricorrenza:
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Il motivo del ritardo:
☐ Me ne sono dimenticato
☐ Pensavo che la ricorrenza fosse un giorno dopo
☐ Non sapendo cosa regalare, ho aspettato che mi venisse l’ispirazione
☐ Aspetto sempre l’ultimo momento per fare qualcosa
Come regalo, ho comprato:
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Livello di convinzione al momento dell’acquisto (0–10):
0 ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ 10
Gentilezza del personale del negozio:
0 ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ 10
Frase detta al momento della consegna del regalo:
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Frase detta dal festeggiato quando ha aperto il regalo:
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Valutazione di questo ATTO I:
☐ 0
☐ 1
☐ 2
☐ 3
☐ 4
☐ 5
☐ 6
☐ 7
☐ 8
☐ 9
☐ 10
Le mie considerazioni:
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ATTO II
Lo scarto
Il pacchetto è lì.
È il regalo per te.
Non è mai solo un pacchetto.
È una promessa, o una minaccia.
Dipende da chi lo ha fatto e da quanto ti conosce davvero. Sta sul tavolo, sotto l’albero, sulla scrivania dell’ufficio o appoggiato su una sedia, con quella calma sospetta delle cose che sanno già che fine faranno e l’atmosfera di quando già si sa come andrà a finire.
Tu lo guardi. Lui ti fissa, quasi minaccioso.
Tu lo guardi di nuovo con un senso di resa ma anche di speranza: “Vuoi vedere che per una volta mi hanno regalato qualcosa che mi serve?”
La carta è colorata, il fiocco grande ma leggermente storto, come se fosse stato annodato già con un senso di colpa consapevole.
Il tuo nome è scritto. È proprio il tuo quel pacco gonfio e goffo che nasconde quasi certamente l’ennesimo maglione a rombi o il pigiama troppo caldo per usarlo in casa e troppo freddo per dormire in un igloo di quella vacanza che hai sempre sognato ma che nessuno ti regalerà mai… non sia mai dovesse piacerti troppo!
In ogni caso, è troppo tardi per tornare indietro: è tuo.
“Aprilo”, dicono sempre tutti insieme, chi con innocente curiosità, chi, i più esperti, con un filo di sadismo e maligna attesa prima di ridere in silenzio.
Sono tutti intorno a te, come se scartare un regalo fosse un concerto, una performance teatrale, un atto pubblico che richiede testimoni.
Non puoi farlo in silenzio, non puoi rimandare, non puoi fingere di non averlo visto. Devi scartarlo. E devi farlo ora e davanti a tutti. Soprattutto, in presenza di chi te l’ha regalato.
E così inizi col prendere tra le mani il pacchetto.
Inizia una specie di commedia un po’ comica e un po’ drammatica.
Il primo strappo alla carta è sempre delicato. Non vuoi sembrare aggressivo. Vuoi apparire educato e ben disposto.
In verità hai solo un pensiero: “E mo’ come faccio a non far capire che non mi piace e non mi serve?”
Già sai che questa non è una possibilità, sai bene essere una certezza, una sentenza: sarà il solito, immancabile, regalo inutile.
E mentre prepari l’espressione, cerchi le parole giuste e continui a scartare con un gesto misurato, educato, quasi elegante. Poi la carta cede, il rumore riempie la stanza e, in quel momento preciso, il tuo cervello elabora. Il battito accelera e l’atmosfera intorno si fa pesante.
Oltre al tuo prepararti a nascondere il peggio, c’è l’attesa del/della regalante che già sa cosa c’è in quel pacco ma, ancor di più, sa già cosa ti ha regalato e ha solo un problema: come fingere di non accorgersi della falsa soddisfazione che ostenterai.
E poi ci sono loro, quei bastardi che non vedono l’ora di dare un voto da 1 a 10 sul grado di inutilità del tuo regalo. Ma anche il pubblico vive un momento di stress: devono tutti trattenere le risate sguaiate che vorrebbero ostentare.
In questo clima di tensione crescente, la domanda è solo una: “Che sarà?”
Tu lo sai già.
Non nel dettaglio, certo. Ma lo sai nella sostanza: stai per ricevere qualcosa che non ti serve e devi assolutamente non farlo trasparire.
Ed è qui che scatta il meccanismo perfetto, affinato negli anni, tramandato di generazione in generazione: il sorriso automatico.
Parte da solo. Non lo comandi.
Ormai è come il dito opponibile nei primati. Come quelli che ti stanno intorno e che vorrebbero ridere come le bertucce ma non possono. Se è natale devono soffrire anche loro. Perché, tra un po’, toccherà anche a loro stare sul palcoscenico. E tu sarai il bastardo di turno.
Quel sorriso che devi necessariamente fare deve essere misurato. Non troppo aperto, altrimenti sembra una presa in giro; non troppo blando, altrimenti ti esponi alla temuta domanda più difficile a cui rispondere: “Non ti piace?”
Quel sorriso nasce prima ancora che tu abbia visto l’oggetto.
Un sorriso preventivo, di sicurezza, di autodifesa, di educazione, di consapevolezza sociale. Serve a prepararti. Serve a proteggere la relazione tra te e chi ha fatto il regalo. Serve a mantenere l’equilibrio dell’universo.
Ma deve arrivare in tempo. Non prima di aver visto cosa c’è nel pacchetto, non troppo in ritardo da apparire forzato.
La carta cede. Il regalo appare.
È… qualcosa… bho… forse è un… una… mha.
Tu lo osservi. Lo sollevi. Lo rigiri. Lo osservi come si osserva un ornitorinco che attraversa la tangenziale: con curiosità, rispetto e il timore che la tua espressione che recita “Ma che è?” sia percepita dal/dalla regalante e dal pubblico non pagante che ti circonda.
Il tuo cervello impiega esattamente tre decimi di secondo per confermare un verdetto già scritto: non serve a niente.
Ed è proprio in quei decimi di secondo che devi parlare.
Lo devi a te stesso; lo devi, per educazione, a chi te l’ha regalato e lo devi a quei bastardi a cui non vuoi dare la soddisfazione di far capire che quel regalo ti fa schifo.
Ed ecco la frase che tutti abbiamo recitato tante volte, e tante volte dovremo ancora recitare: “Ma dai, non dovevi!”
E certo “che non dovevi”, “non dovevi regalarmi questa schifezza, porca miseria, non ho manco capito cos’è!”
La frase esce da sola, fluida, impeccabile.
C’è tutta la preparazione del momento, l’allenamento di anni. È una frase buona per ogni occasione, valida per ogni oggetto, dal maglione al soprammobile di vetro viola e giallo, dai calzini alla sciarpa, dal libro strano alla tazza con una scritta motivazionale che non motiva nessuno, dagli orecchini a forma di ananas, regalati in montagna, al pallone da football americano acquistato in viaggio da tuo cugino alla finale del Super Bowl. “Ma poi, caro cugggggino, se andavi a fare un safari, mi portavi un elefante? Dove lo metto sto pallone ovale che non si regge neanche sul camino che non ho?”
Ma tutti questi pensieri si riassumono in una sola esclamazione, chiaramente falsa: “Che bellezza!”
In effetti hai solo omesso di esternare la continuazione del pensiero: “Che bellezza… se ti avesse colpito un fulmine mentre sceglievi sto regalo!”
A ben vedere, quella frase funziona sempre.
Non specifica a cosa sia riferita tale “bellezza”. È una bellezza astratta, di principio, applicabile a tutto. Anche alle cose brutte.
Può riferirsi a qualcosa di genere maschile o femminile, così da non rischiare di aver capito male di cosa si tratta. Metti di aver esclamato “Che bello!” al maschile, e invece si trattava di un oggetto di genere femminile. O il contrario.
Quella esclamazione, buona per ogni occasione e ogni tipo di regalo, dovrebbe chiudere quel momento di imbarazzo generale.
Al “Che bellezza!”, però, puoi andare oltre e azzardare il sempre verde “Mi serviva proprio”, anche questo riferibile a qualcosa di qualsiasi genere.
Questa è rischiosa però. A volte scappa, incontrollata, per dare ancora più soddisfazione al regalante. Ma potrebbe scoperchiare mondi che è meglio lasciare chiusi.
Intorno a te qualcuno annuisce, qualcuno sorride soddisfatto, qualcuno osserva attentamente la tua reazione per capire se ha fatto centro. Tu mantieni il sorriso. Non troppo largo. Non troppo stretto. Il sorriso giusto, medio.
Tutti gli spettatori, che in realtà dovrebbero essere disinteressati, iniziano a confabulare tra loro.
Ridono senza ridere palesemente, criticano senza criticare apertamente. Insomma, fanno i bastardi.
Tu li guardi e pensi: “Si, si, ridete, tanto, prima o poi, tocca a voi.”
Ora, il problema tuo non è tutta questa commedia che, essendo ricorrente, ben conosciuta e ormai socialmente accettata, si esaurisce nella falsità collettiva di cambiare immediatamente discorso. Il tuo problema è rielaborare, con razionalità, sul da farsi.
Dentro di te, ancora con il sorriso stampato e le risate pronte per gli altri, stai già immaginando il futuro dell’oggetto.
Dove finirà? In un cassetto? Su una mensola? In fondo a un armadio?
O verrà direttamente riciclato sotto forma di regalo perfetto per qualcun altro, pur non avendo ancora chiaro cos’è?
Ogni regalo inutile ha una seconda vita. Alcuni ne hanno sette, come i gatti.
Viaggiano di casa in casa, di Natale in Natale, di compleanno in compleanno, cambiando proprietario ma non destino.
Sono oggetti immortali, nati per essere regalati e mai davvero usati. Per questo sono sempre nuovi.
Come quelle bottiglie di liquore, di vino, o di spumante.
Ogni anno probabilmente se ne producono meno della metà di quelle che vengono regalate, perché poche si fermano nella prima destinazione. Hanno come una smania, una gran voglia di viaggiare di casa in casa.
E la cosa meravigliosa è che alcune bottiglie ritornano dal primo padrone, quello che le ha comprate anni prima.
Ma queste bottiglie viaggiatrici non sono le uniche a cambiare compleanno o natale più volte. Lo fanno anche quegli oggetti che non si capisce neanche cosa sono.
E tu, più non capisci cos’è, più pensi immediatamente a chi rifilare quel qualcosa ancor prima di osservarlo meglio per provare a capire cos’è.
Ma a natale, per fortuna, non hai più tempo: mentre poggi quell’oggetto misterioso sul tavolo, il rito ricomincia.
Scarto. Sorriso di circostanza. Frase. Cambio argomento.
Quindi, lo scarto non è l’inizio della fine del regalo.
È l’inizio della storia.
E la storia è molto più divertente dell’oggetto.
SCHEDA ATTO II
Ricorda uno scarto indimenticabile.
In che occasione stavo scartando il regalo:
……………………………………………
Cosa ho detto:
……………………………………………
Cosa ho pensato:
……………………………………………
Tempo trascorso tra “grazie!” e il pensiero
“ma cos’è?”
☐ Immediato ☐ 3 secondi
☐ Ho fatto finta di aver capito cos’era ☐ Si capiva
Livello di gradimento (0–10):
0 ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ 10
Il mio sorriso allo scarto era:
☐ Falsissimo
☐ Allenato
☐ Di emergenza, perché ti stava scappando un’espressione di disgusto
☐ Di sopravvivenza, perché il/la regalante era una persona che non potevo deludere
☐ Sincero (ma chi ti crede?)
Valutazione di questo ATTO II:
☐ 0
☐ 1
☐ 2
☐ 3
☐ 4
☐ 5
☐ 6
☐ 7
☐ 8
☐ 9
☐ 10
Le mie considerazioni:
…………………………………………………………………
…………………………………………………………………
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ATTO III
La risata
Il bello del regalo inutile non è quando lo scarti.
Tu, in quel momento, non ti diverti per niente perché devi fare una serie di cose contro ogni logica e sensazione spontanea.
Devi sorridere mentre dentro di te ascolti una voce che chiede “Ma che cavolo è?”, devi trovare le parole giuste per non offendere chi te l’ha regalato, devi fingere entusiasmo per qualcosa che già sai dove andrà a finire… in cantina, sotto altri regali inutili degli anni precedenti.
Quelli che si divertono sono tutti gli spettatori.
Il bello, per te, viene dopo.
Quando lo porti a casa questo tipo di regalo dà il meglio di sé; lo appoggi da qualche parte e, per un breve istante, pensi: “E adesso che ci faccio?”
È una sorta di domanda esistenziale, quasi filosofica. La stessa che sorge davanti a un’opera d’arte contemporanea. Solo che stavolta l’oggetto in questione è una lampada a forma di fungo che cambia colore o un portapenne che forse è un feroce dinosauro ma potrebbe anche essere un dolce coniglio. Lo sa solo lui cos’è.
Ogni regalo inutile attraversa una fase fondamentale della sua, a volte lunghissima, esistenza: il tentativo di utilizzo.
Un momento puro, ingenuo, quasi commovente.
E se c’è qualcuno vicino a te che dice “Dai, almeno una volta usalo” allora hai a fianco la persona giusta.
Una persona che conosce il valore di un sorriso, perché solo per ridere insieme si può fare un’affermazione del genere, non può mai essere un pensiero serio.
E tu, contro ogni logica, rimugini a lungo ma l’unica cosa che riesci a fare, dopo averci pensato su, è… ridere!
La risata non arriva subito, non esplode, non è fragorosa come ci si aspetterebbe.
La risata di fronte ai regali inutili è una risata che matura lentamente, solo quando l’oggetto misterioso e “graditissimo” è ormai appoggiato da qualche parte, fuori dal centro della scena, apparentemente dimenticato.
È una risata che nasce dopo, quando la recita è finita da tempo, quando il sorriso educato non serve più, quando nessuno ti sta guardando.
È la risata che arriva mentre, parlando con chi ti è al fianco, pensi e domandi: “Ma davvero qualcuno ha pensato che questa cosa potesse servirmi?”
È una considerazione a scoppio ritardato, perché il regalo inutile non chiede di essere usato subito. Chiede tempo. Chiede di essere osservato. Chiede di essere reinterpretato, ricollocato nella tua vita quotidiana come una presenza discreta e assurda allo stesso tempo.
Il regalo inutile diventa uno di famiglia.
Lo sposti da qui a lì, da là a qua. Sta dentro uno sgabuzzino o in uno stipetto a volte per anni ma, prima o poi, ritorna alla mente nei momenti più impensabili. Come quando stai cercando qualcos’altro e lo ritrovi, e per un istante ti chiedi: “Ma io questo l’avevo comprato o me l’hanno regalato?”. E la risposta è sempre la stessa: “Nessuno al mondo comprerebbe mai una cosa del genere con i propri soldi. Sicuramente me l’ha regalato qualcuno.”
Ovviamente, non ricordi chi te l’abbia regalato.
Ogni regalo inutile ha una sua storia.
E alcune di queste storie meritano di essere raccontate perché potrebbero essere d’aiuto per altri.
Come si dice: mal comune mezzo gaudio!
La tazza che voleva crederci
La tazza con la scritta motivazionale entra nella tua casa con grandi aspettative. Lo capisci subito dal carattere scelto per la frase, dalla posizione studiata della scritta, dall’aria convinta con cui sembra dirti che, se non funzionerà, sarà colpa tua.
Di solito recita qualcosa tipo: “Oggi sarà una giornata fantastica!” oppure “Sorridi, la vita è bella!” o, nella versione più aggressiva, “Svegliati e spacca tutto!”
Frasi che alle 6:30 del mattino, quando suona la sveglia e non hai alcuna voglia di alzarti e il mondo ti sembra un posto ostile, abitato da mostri che al posto della testa hanno due sveglie, suonano peggio di una presa in giro.
Ma a quella tazza, la prima mattina che la usi, decidi di darle una possibilità.
Non perché ci credi davvero, ma perché sei una persona corretta. Le dai il beneficio del dubbio.
Versi il caffè lentamente, come se stessi partecipando a un esperimento sociale. Ci parli, le credi.
Lei crede di essere una tazza vera.
La tazza è leggera. Troppo leggera! Nasconde senza dubbio qualche pericolo. Il manico è posizionato in modo creativo, come se il designer avesse detto: “Facciamolo originale”. E infatti è così originale che non si riesce quasi a tenerla in mano.
Ma, con tanta buona volontà, la sollevi.
Per un istante pensi di potercela fare. Poi il caffè esce fuori, ti cade addosso, semplicemente perché non poteva andare diversamente con quell’impugnatura “originale”.
Ti scotti appena, il minimo indispensabile per ricordarti che avevi ragione fin dall’inizio. In compenso ti sforzi di non imprecare o ti limiti a farlo in maniera controllata (non è vero, ma non potevo scrivere che alcuni nominano tutto il calendario e altri si limitano ad augurare giorni di dissenteria al/alla regalante).
La scritta motivazionale, ora macchiata di caffè, ti guarda con aria di rimprovero, come a dire: “Vedi? Non sei stato abbastanza positivo.”
Qui entra in scena la persona che hai al fianco.
Questo essere speciale ( per stare con te non può che essere tale…) inizia a ridere.
Non una risata cattiva. Una risata di condivisione.
Bella condivisione: a te cade il caffè addosso e l’altra persona ride divertita!
Evidentemente quella tazza inutile non era fatta per il caffè ma per insegnarti qualcosa di molto più importante: che alcune cose non vanno forzate a fare quello che pensiamo debbano fare.
Da quel giorno, infatti, la tazza cambia ruolo. Diventa contenitore di penne, rifugio di graffette, casa provvisoria di monete dimenticate.
Non perde dignità. Anzi, finalmente è utile perché ridete ogni volta che la vedete.
Ogni tanto si nota la scritta e si legge “Oggi sarà una giorn…” ma, senza girarla, non si vede altro. Allora ognuno può continuare quella frase e immaginarsi un simpatico “Oggi sarà una giornata di m…. “ o quello che preferisce, almeno non si legge quella banale frase motivazionale.
Questo fino a quando, accidentalmente, quella tazza cade a terra e si rompe.
Finalmente.
Il maglione che non aveva paura di niente e di nessuno
Il maglione improbabile, dalla fantasia del tessuto che nessuna fantasia umana avrebbe mai potuto immaginare, non entra subito in funzione. Rimane nell’armadio per giorni, settimane, mesi, anni.
Lui non si muove, non si propone, sta umilmente al suo posto. Ma tu sai che prima o poi dovrai affrontarlo.
I disegni sul maglione, nella versione natalizia, sembrano il risultato di un errore di tessitura o di un’allucinazione creativa: renne che ballano il flamenco, fiocchi di neve geometricamente impossibili, alberi di natale che sembrano piramidi, il tutto in una palette di colori che include il verde acido, il fucsia fluorescente e un arancione che in natura non esiste.
Ma tu hai ricevuto un maglione più “normale”, versione non natalizia. Ma di “maglione” ha solo il nome. Sembra, piuttosto, un collage di pezzi di stoffa avanzati e cuciti a caso e al buio.
Lo prendi dall’armadio in una giornata qualsiasi, quella in cui ti svegli con una stanchezza addosso che non riesci neanche a prendere gli occhiali prima di vestirti. E i risultati si vedono…
Appena esci di casa capisci che non passerai inosservato.
Il colore è più acceso di quanto ricordassi. Quasi riflette la luce. Qualcuno ti scambia per un operaio in autostrada in abiti rifrangenti.
Un signore ti guarda e sorride, dei ragazzini ridono apertamente. Una signora non dice nulla, ed è la cosa peggiore, perché accompagna il suo silenzio con lo scuotimento del capo di chi pensa: “Che fine che abbiamo fatto.”
Ma la soddisfazione più grande è nel momento in cui dei pensionati ti chiedono quando aprirà il cantiere.
Allora capisci la potenza di quel maglione; ne apprezzi la capacità di socializzazione che porta con sé.
Appena rientri a casa, affronti il tuo compagno o la tua compagna di vita che scoppia a ridere fino alle lacrime. Ma tu non hai tanta voglia di ridere fino a quando, candidamente, ti confessa: “Veramente, avevo visto che mettevi quel maglione, ma mai avrei pensato che potessi uscirci! Poi quando ti ho visto andare alla porta con l’espressione convinta, non ho detto nulla, pensando che un briciolo di follia non fa mai male”. E allora non puoi che ridere anche tu.
In effetti, non è colpa di quel maglione, neanche lui avrebbe voluto nascere così, né di chi te lo ha regalato a suo tempo che non aveva fatto altro che applicare la prima legge del regalo, e cioè che “vale il pensiero”.
La colpa è solo tua perché dal primo momento, anziché fargli occupare abusivamente spazio nel tuo armadio, avresti potuto dare a quel maglione una funzione più adeguata.
Ad esempio: pezza per fermare gli spifferi sotto il balcone, straccio di lana per dare la cera ai mobili di legno o zerbino provvisorio nei giorni di fango.
Ognuno è artefice del proprio destino.
Anche quel maglione dalla fantasia improbabile.
La gabbia che cinguetta
Ci sono regali che fanno rumore come se fosse la loro unica ragione di vita. Ovviamente, non producono suoni utili.
All’inizio li provi con curiosità. Premi il bottone e il suono arriva.
Uno di questi è la “stupenda” gabbia di finto metallo con un passerotto di plastica che cinguetta appena hai la cattiva idea di mettere l’interruttore su ON.
Il cinguettio, chiaramente, non è lontanamente realistico. È un suono che nessun uccello in natura produrrebbe, una via di mezzo tra un fischietto rotto e il suono di un modem degli anni ’90.
Il passerotto di plastica, intanto, oscilla avanti e indietro con movimenti a scatti, come quegli artisti di strada che imitavano i robot e andavano tanto di moda insieme alla break dance.
Ma su questo non c’è molto altro da dire: già puoi immaginare di cosa parliamo.
Gli amici che vengono a casa tua notano la gabbia e fanno sempre la stessa domanda: “Ma cinguetta?”. E tu, con un sorriso che dice mille cose, premi il pulsante su ON. Loro ridono. Tu ridi per educazione mentre dentro di te muore un pezzetto della tua dignità ogni volta.
Quando la batteria si scarica, provi una sana goduria.
E quando il vano batterie si riempie di ruggine sei la persona più felice del mondo perché puoi mettere quel passerotto plasticoso in quella gabbietta orrenda dove merita.
Ora, ti starai chiedendo: “e cos’è che dovrebbe fare ridere?”.
Cercala una cosa del genere, osservala e vedi la faccia di chi la compra. Poi vedi se non ti viene da ridere!
L’appendiabiti multiuso
Oltre a regali improbabili come quelli appena ricordati, ci sono anche autoregali di tutto rispetto, come quell’appendiabiti che avete deciso di comprare in coppia o da soli, dalla marca inglese simile alla omelette francese.
Non è un appendiabiti qualunque, ha una forma strana, è un po’ ingombrante, pesantuccio, difficile da spostare, ma utile.
All’inizio quell’oggetto convince e soddisfa.
I primi giorni ci si avvicina per scoprirne la multifunzionalità, si appendono giacche, sul piccolo ripiano triangolare si mettono le felpe piegate bene, alle due sporgenze in alto si appendono comodamente le borse.
Davvero ottima idea creare un appendiabiti con quella forma, con appigli e piani d’appoggio fusi in un unico oggetto moderno, di pesante metallo.
Poi, un giorno, qualcuno decide di appoggiare le scarpe su uno dei due piccolissimi ripiani sfalsati, orizzontali, più in basso. Questi iniziano a girare e arrivano anche le prime domande sulla sua reale utilità.
Neanche il tempo di ragionare e quella cosa dalla marca inglese, Cyclette, diviene inutile, odiosa.
La cyclette, che non aveva mai saputo di essere cyclette, diventa ufficialmente ciò che tutte le cyclette domestiche diventano: un deposito di decisioni rimandate, iniziando dalla decisione, mai esistita, di usarla per fare movimento.
Le giacche si moltiplicano, le borse si accavallano, una sciarpa compare in piena estate.
Ogni tanto qualcuno la guarda e dice:
“Potremmo usarla.”
È una frase chiaramente rituale, priva di conseguenze.
L’appendiabiti a forma di cyclette è l’oggetto che meglio rappresenta la nostra capacità di credere alle cose al momento dell’acquisto e ripudiarle un secondo dopo.
Eppure funziona.
I vestiti sono lì, non per terra, non sulle sedie.
E, alla fine, è già un’utilità.
Ma poi, perché pedalare restando fermi in casa, quando si può pedalare all’aria aperta?
E perché andare a pedalare all’aperto, casomai sotto la pioggia o scottati dal sole, con il rischio di fare un incidente o cadere?
Nel dubbio, meglio scegliere la sicurezza dell’appendiabiti.
E nulla fa più ridere non di una cyclette che diventa appendiabiti ma del ricordo di averla comprata con la convinzione di poterla utilizzare per pedalare.
Il libro che non poteva insegnare niente
Il libro inutile non si legge.
È una legge di natura, come la gravità o il fatto che il pane e nutella cade sempre dal lato giusto per macchiare tutto o incollarsi al pavimento.
È uno di quei libri motivazionali dal titolo superpositivo del tipo “Respira a pieni polmoni e riempiti di soldi e soddisfazioni”. Sarà un parente della tazza…
Lo apri a caso, facendo attenzione a non lasciare segni, perché già sai che potrai riciclarlo e regalarlo a qualcun altro; leggi una pagina, ne salti due, poi lo richiudi senza colpo ferire. Un po’ come questo, praticamente.
Una volta sfogliate due pagine, lo metti sotto due volumi di un’enciclopedia degli anni ’80, pesanti più dei blocchi di tufo, per non fra vedere che sia stato già aperto.
Dopo una settimana di riappiattimento, fai un errore che ti costerà caro: lo ricicli e lo regali all’amico più antipatico che hai, per il suo compleanno, capitato a pennello.
“Dove sta l’errore?” ti starai chiedendo.
Dopo 2 mesi scopri che, grazie ai consigli di quel libro, il tuo amico antipatico è diventato ricco, e quindi non solo ti diventa più antipatico, ma ti ricorda ogni momento quanto sei stato stupido a non leggerlo e a regalarlo proprio a lui.
Cosa c’è da ridere?
Che ti svegli tutto agitato da questo sogno, vai a sciacquarti la faccia e ridi guardandoti allo specchio.
E allora il giorno dopo inizi a leggere tu il libro e la tua vita cambia: inizi un nuovo lavoro, ti trasferisci in Arabia, diventi ricchissimo e atterri con il tuo jet privato… nel letto.
Ancora una volta ti svegli e non puoi far altro che ridere.
In mattinata, prendi quel libro motivazionale, togli il mezzo chilo di polvere accumulato negli anni, e ridai la giusta importanza a quel libro.
Esci in giardino e, finalmente, nella pace di quel verde, lo sfogli.
“Quindi, lo leggo?” ti starai chiedendo.
Assolutamente no!
Lo metti sotto il vaso rettangolare per portarlo a livello con il pavimento.
E così quel libro ti insegna che ogni cosa ha un valore, ma spesso non è quello che appare.
L’inutile “utile”
Quando tutto è finito, come l’illusione di usare la cyclette e di diventare ricchi leggendo un libro, quando gli oggetti sono sistemati, riciclati, dimenticati o promossi a nuove funzioni improbabili, una cosa resta: il ricordo di quelle risate.
La risata che ritorna ogni volta che racconti quella storia. La risata che nasce dal ricordare quanto fosse inutile quel regalo e quanto ti abbia fatto bene inventare, comunque, un’utilità.
Perché l’inutile, quando è fatto bene, non pesa.
Alleggerisce.
SCHEDA ATTO III
Pensa ad un regalo inutile che ha provocato risate.
Che cos’era:
Quella cosa è diventata:
☐ Una battuta ricorrente
☐ Una risata sguaiata del momento
☐ Un trauma superato
☐ Tutte le precedenti
Inutilità del regalo (0–10):
0 ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ 10
☐ Subito
☐ Dopo qualche giorno
☐ Dopo molto tempo
☐ Sto ancora aspettando che arrivi
Ho trasformato una cyclette in un appendiabiti:
☐ Si ☐ No ☐ Sì, ma non lo ammetterò mai
Top ten dei regali inutili e sbagliati più comuni:
- ……………………………………………
- ……………………………………………
- ……………………………………………
- ……………………………………………
- ……………………………………………
- ……………………………………………
- ……………………………………………
- ……………………………………………
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Valutazione di questo ATTO III:
☐ 0
☐ 1
☐ 2
☐ 3
☐ 4
☐ 5
☐ 6
☐ 7
☐ 8
☐ 9
☐ 10
Le mie considerazioni:
…………………………………………………………………
…………………………………………………………………
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ATTO IV
L’utilizzo creativo
Arriva un momento, nella vita di ogni regalo inutile, in cui smette di pretendere di essere capito.
Smette persino di sperare di essere usato.
È in quel momento, quando l’oggetto è ormai stato spostato più di tre volte, o sta fermo, inutilizzato, per più di un anno, che qualcosa cambia.
Non nel regalo. Qualcosa cambia in te.
Il possibile utilizzo non nasce dall’entusiasmo di aver capito di aver ricevuto una cosa utile, ma dalla stanchezza, dalla rassegnazione.
Però lo spirito del regalo inutile ti chiama.
E tu puoi fare due cose:
- Guardarlo negli occhi e, con sincerità, ricordargli che non serve a niente e, finalmente, fai smettere la sua sofferenza di vita nell’inutilità più assoluta, e lo sopprimi nel cassonetto appropriato
- Guardarlo negli occhi (come sopra) e, con l’inganno, convincerlo con parole gentili di essere qualcos’altro.
Scegli la seconda.
A questo punto anche il regalo inutile si sente importante.
Tornando in te la forza della falsità con cui hai sorriso nel riceverlo e la sfrontatezza con cui hai mentito con quel “Mi serviva proprio!”, riesci a dare dignità a quell’oggetto misterioso.
Il fermaporta felice
Il fermaporta è un regalo onesto, ma questo non lo era affatto. Aveva caratteristiche opposte.
Troppo leggero, inutilmente decorato, troppo convinto di avere un’anima artistica.
La porta, davanti a lui, non si fermava. Lo spingeva via senza rispetto, come si fa con le cose che non funzionano. E lui non funzionava né aveva alcuna speranza di funzionare.
Per giorni hai insistito. Hai cambiato porta, angolazione. Nulla.
Il fermaporta rotolava, era completamente incapace di essere quello che avrebbe dovuto essere.
Poi, un pomeriggio, lo hai appoggiato sopra un mucchio di fogli. Non per scelta ma per caso.
Ed è stato lì, in quel gesto distratto, che il fermaporta ha smesso di essere una delusione ed è diventato una soluzione: i fogli sono rimasti fermi, il vento non è stato più un problema e tu hai sorriso con soddisfazione.
Da quel giorno, il fermaporta non ha più avuto contatti con le porte.
È diventato un oggetto utile, lontano da ciò che avrebbe dovuto essere a contatto.
Lo metti sopra qualcosa che non deve muoversi.
E lui resta. Finalmente è all’altezza del suo nuovo compito.
Da ferma-porta e ferma-carte, il passo è breve, ma per percorrerlo serve un oggetto inutile che sappia reinventarsi.
E tu devi solo dargli fiducia e saper aspettare il momento giusto.
Il cappello che ha smesso di chiedere di essere indossato
Il cappello è sempre un regalo difficile da fare.
Perché implica una conoscenza precisa della persona che lo riceve. Almeno della misura approssimativa della sua testa.
Questo cappello, però, non aveva sbagliato testa, aveva proprio sbagliato a nascere cappello!
Lo hai indossato una volta, davanti allo specchio e ti sei messo a ridere. Hai sorriso non a te stesso, ma proprio al cappello, tanto che era brutto e improponibile.
Quindi lo hai appoggiato su una mensola ed è stato tanto di quel tempo che è divenuto parte di quella mensola, fino a mimetizzarsi con il legno.
È rimasto lì finché una sera, entrando in casa, distrattamente ci hai appoggiato sopra le chiavi.
Il cappello non protestava.
Il giorno dopo ci hai messo anche gli occhiali. Poi il portafogli. La settimana dopo hai avuto un’illuminazione: lo hai girato. Così ha potuto metterci le monete, il secondo mazzo di chiavi, il telecomando del cancello.
Quel cappello nessuno lo indossa ma tutti lo usano.
E sembra, finalmente, in pace con sé stesso.
Tu non ricordi chi te l’ha regalato anni prima e in quale occasione, ma ora, usandolo, ricordi bene le risate degli amici quando lo indossasti quell’unica volta per compiacere chi te l’aveva regalato.
Il vaso che ha salutato i fiori
Il vaso inutile è spesso un vaso troppo ambizioso.
Si atteggia a “grande vaso”, senza pensare che spesso i vasi grandi sono quelli di porcellana bianca installati nei bagni.
Troppo tozzo, troppo largo, troppo basso. Neanche i fiori ci stanno bene, appassiscono in fretta, quasi per protesta, come se avessero capito subito che quello non è il loro posto.
Per un po’ il vaso resta vuoto. E vuoto, chiaramente, sembra ancora più inutile.
Poi, un giorno, durante una di quelle riordinate che non portano mai a nulla, lo lavi, lo metti ad asciugare sul lavabo e ci appoggi i mestoli bagnati.
Stanno in piedi. Ordinati. A portata di mano.
Il vaso diventa improvvisamente utile, viene promosso necessario. Non contiene bellezza ma utilità.
Per una volta, hai sentito dentro di te di non essere stato falso esclamando “Mi serviva proprio!”.
E ti autoassolvi in maniera retroattiva.
Il quadro che non vuole essere guardato
Un attimo: per la verità non era che non vuole essere guardato, è che non si può guardare per niente tanto che è brutto!
Il quadro è grande, impegnativo.
Anche se volessi fare finta che non c’è, lui quasi ti chiama tanto che è grande.
Lo hai appeso perché è un regalo di uno zio che viene spesso a trovarti e che un giorno dovrà lasciarti un’eredità e quindi, in maniera del tutto disinteressata e sincera, non potevi non appenderlo. Ovvio.
Lo guardi, provi a capirlo. Lui non fa niente per aiutarti. Quello che ti aiuta a sopportarlo è il pensiero della futura eredità…
Il tuo sguardo lo evita con una precisione chirurgica. Passi davanti al muro come se lì ci fosse una porta chiusa, un’ombra, un accordo tacito tra te e il tuo sistema nervoso.
Poi, un giorno, all’ennesima visita dello zio succede l’impensabile.
Lo zio guarda il quadro. Inizia a fissarlo.
Si avvicina, inclina la testa a sinistra, poi a destra. Resta in silenzio e poi ti guarda dritto in faccia.
Tu trattieni il respiro, convinto che si è accorto di qualcosa che hai nascosto male. In pochi secondi tanto imbarazzo e, soprattutto, addio eredità!
Invece lo zio sorride.
Un sorriso trattenuto, come se si vergognasse un po’ di quello che sta per dire: “Sai, più lo guardo e più mi piace.”
Tu non rispondi. Non puoi. Il tuo corpo entra in una modalità nuova, sconosciuta, che potremmo semplicemente definire “cauta speranza di futuri piacevoli accadimenti.”
Tuo zio resta ancora un attimo davanti al quadro, poi si gira verso di te, abbassa la voce, come se il quadro potesse sentire, e chiede quello che non ti saresti mai aspettato ma che non avresti sognato nel sogno più bello e atteso della tua vita.
Lo zio ti domanda “Me lo restituiresti?”
Peppeppeppeppepèpeppeppeppeppeppeppeèeeeee!!!
Con cordoglio, immenso dispiacere e un po’ di rabbia dentro per quella richiesta insolita e per te profondamente dolorosa, rispondi: “Sì, zio! Anche se mi ero DAVVERO affezionato a questo magnifico dipinto che avevo accolto con amore in casa nostra. Anche se ho il cuore spezzato dal dolore, ci tengo troppo a farti felice. Va bene, riprenditelo.”
Lo stacchi dal muro da solo, in due secondi netti, con una forza sovraumana.
Una volta tolto resta una sagoma più chiara sulla parete, una specie di fantasma rettangolare, una macchia sul tuo bel muro bianco, ma pensi: “Ma sti .….! Basta che ce lo togliamo dalle .…. quel quadro di …..”
Lo pieghi a quattro per farlo entrare nel portabagagli della panda del 1980 dello zio…
ALT: adesso vorrai capire che eredità può lasciare uno zio che guida una panda del 1980 e, soprattutto, come si piega un quadro a quattro.
Vabbè, mi ha contagiato l’entusiasmo per il quadro che se ne va…
Allora, riprendiamo: dopo averlo staccato dal muro ecc. ecc. la macchia chiara, ecc. ecc., “Ma sti .….”, ecc. ecc., lo fai entrare a fatica nella supercar di lusso e saluti affettuosamente zio e quadro.
Comunque, caro lettore, sei malpensante perché la frase completa era: “Ma sti contrasti sul muro? Basta che ce lo togliamo dalle pupille quel quadro di mare!”
Torniamo al racconto.
La casa è improvvisamente più luminosa senza quel quadro insopportabile.
Il muro respira, anche se macchiato.
Lo zio è felice e il quadro ha trovato qualcuno che lo apprezza davvero. Manca solo la famiglia a tavola che fa colazione con i biscotti inzuppati nel latte.
Questo episodio che ti ha reso felicissimo ti ha fatto capire una cosa importante: a volte, i regali inutili non devi necessariamente riciclarli.
A volte si autoriciclano.
Tornano da soli a chi li ha regalati.
E così capisci che esiste la giustizia divina: chi ti fa un regalo brutto e inutile deve soffrire come hai sofferto tu quando lo hai ricevuto.
Solo così, con la sofferenza condivisa per un regalo inutile, la società potrà progredire verso un futuro senza regali indesiderati.
Il gioco che ha smesso di voler essere giocato
Il gioco da tavolo inutilizzabile è uno dei regali più onesti. Anche se è chiuso in uno scatolo, lui non si nasconde, già dal pacco e dal rumore che fa se lo scuoti si capisce cos’è.
Lui ci prova a farsi giocare, ma le regole sono troppe, i pezzi minuscoli, il tempo richiesto sproporzionato. Uno dovrebbe fare il giocatore da tavolo professionista per capirlo.
Un giorno, tu e qualcun altro, lo aprite ma con una reale intenzione di giocare non superiore al 2%. Leggete le regole ad alta voce, come se fosse cinese misto ad arabo e aramaico antico.
Ridete. Provate a capire ma non ci riuscite.
Il gioco diventa una sfida diversa: chi resiste di più a leggerne il regolamento.
Nessuno vince mai. Ma tutti ridono.
E questo, in fondo, era l’unico obiettivo possibile con quella voglia di giocarci.
Ordinate le pizze, macchiate di olio il regolamento, bevete due birre e fate la gara ad emettere rumori gutturali insoliti.
Poi arriva “lui”, l’amico intelligente, quello che la domenica non sente mai le partite perché “è roba da ignoranti che vanno dietro una palla che rotola.”
Arriva tardi perché è stato a lezione di scacchi.
A prenderle? No, ovviamente lui le dà le lezioni, anche quelle di scacchi.
Guarda il tavolo, le pizze a brandelli, il regolamento aperto e spiegazzato, i pezzi sparsi come dopo un’esplosione controllata. Abbozza un sorriso. Quella specie di sorriso indulgente che precede sempre una spiegazione non richiesta.
“Ah, questo gioco lo conosco” dice.
Il silenzio cala nella stanza. Qualcuno smette di masticare, qualcun altro smette di respirare.
Lui prende il regolamento, lo ripulisce dalle briciole e inizia a spiegare. Usa parole come “dinamica di gioco”, “fase avanzata”, “strategia”.
Parla di varianti, di edizioni precedenti.
Illustra, con una precisione da ragioniere con gli occhialini tondi, ogni pezzo.
Dopo dieci minuti di spiegone qualcuno chiede:
“Scusa, ma… quanto stanno?”
Ed è la fine: scoppia una risata collettiva che coinvolge anche l’amico intellettuale che si arrende alla goliardia di fronte a un gioco da tavolo che sembrava non portare a nulla.
Qualcuno gli lancia letteralmente una fetta di pizza nel piatto vuoto che ha davanti, un altro gli riempie il bicchiere di birra, tu gli togli il regolamento dalle mani e gli dici:
“Perfetto. Ora inizia il gioco vero.”
E capisci che il gioco più bello è senz’altro quello dell’amicizia sincera, fatta anche di momenti di profonda stupidità e spensierato nulla.
L’oggetto che regge tutto
Alla fine, molti regali inutili finiscono per fare una cosa sola, ma fondamentale: reggere.
Una porta aperta. Un tavolo barcollante. Delle chiavi.
Non erano nati per questo ma lo fanno con dignità.
Quando smetti di pretendere che un oggetto sia ciò che non è, diventa finalmente qualcosa di utile. Qualcosa che funziona, anche se nessuno l’aveva previsto.
Se un regalo è inutile, non puoi pretendere che sia subito utile.
È come dire che il rosso deve essere blu e l’acqua deve essere pietra. Non potranno mai essere ciò che non sono.
Se è vero che “Vale il pensiero”, allora è vero che anche l’inutilità ha un senso.
E così capisci che il regalo inutile non è un fallito.
È un oggetto che ha solo bisogno di tempo.
E di un sorriso in più per essere usato e servire a qualcosa.
SCHEDA ATTO IV
Ricorda un regalo a cui hai dato una seconda vita.
Che cos’era:
……………………………………………
Cosa è diventato:
……………………………………………
Utilità finale:
☐ Nessuna
☐ Decorativa
☐ Comica
Voglia di gettarlo prima di reinventarlo (0–10):
0 ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ 10
Energie sprecate per trovargli un posto nel mondo (0–10):
0 ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ 10
Posti in cui è stato conservato prima di utilizzarlo (0–10):
0 ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ 10
Cosa ho pensato quando lo ho reinventato:
☐ Chi l’avrebbe detto!
☐ E io che ti volevo gettare…
☐ Amen
Valutazione di questo ATTO IV:
☐ 0
☐ 1
☐ 2
☐ 3
☐ 4
☐ 5
☐ 6
☐ 7
☐ 8
☐ 9
☐ 10
Le mie considerazioni:
…………………………………………………………………
…………………………………………………………………
…………………………………………………………………
ATTO V
Il riciclo
Arriva sempre un momento, nella vita di ogni regalo inutile, in cui bisogna prendere una decisione.
Arriva il momento che quel regalo ti parla.
Tu lo fissi con un sorriso soddisfatto e lui, rassegnato, ti chiede: “È la tua decisione definitiva?”
(Hai aggiunto: “L’accendiamo?”, ti ho letto nel pensiero. Mica solo tu puoi leggere me).
Ha capito che stai per riciclarlo.
Ma questo momento non arriva subito. Mai subito. Un regalo inutile deve rimanere tale per un bel po’.
Prima lo si sposta da uno scaffale all’altro, lo si infila in un cassetto “provvisorio” che diventa definitivo. Poi, un giorno, spesso per caso, si capisce: il momento è ora.
Il riciclo non è una sconfitta.
È una tappa di vita. Un cambio di status.
Il regalo inutile non muore. Cambia funzione. Cambia forma. Cambia destino, come certe persone che non hanno trovato subito il loro posto nel mondo, ma alla fine qualcosa fanno. E la fanno anche bene.
Ad un certo punto, il regalo inutile cambia padrone.
E questo, spesso, lo fa più volte nella sua vita.
Il primo livello: il riciclo fisico
La scatola diventa contenitore.
La carta regalo viene piegata “perché può sempre servire”.
Il fiocco viene messo da parte con altri fiocchi, in una sorta di comunità parallela di oggetti che nessuno al mondo usa mai più ma nessuno butta, quasi fosse un reato farlo.
Il regalo in sé viene smontato.
Separato. Analizzato, quasi come un’autopsia.
“Questo è cartone.”
“Questo è plastica.”
“Questo, forse, è legno.”
“Questo… non si capisce, ma meglio non chiedere. Lo mettiamo nel multimateriale.”
Riciclare, nel vero senso della parola, un oggetto inutile è un atto di responsabilità, ma anche di riconoscenza nei suoi confronti.
Gli stai dicendo: “Non sei servito a quello per cui sei nato, ma non sei stato inutile del tutto. Avrai, a pezzi, una nuova vita, O, almeno, si spera.”
Insomma, il primo livello di riciclo è mettere nell’immondizia qualcosa che hai atteso anche troppo tempo prima di farlo sparire dai tuoi occhi e dai tuoi spazi.
Il secondo livello: il riciclo creativo
Non tutti i regali inutili finiscono dove dovrebbero finire. Alcuni non entrano mai davvero nei bidoni giusti o aspettano troppo tempo per entrarci.
Il riciclo creativo nasce quando smetti di chiederti a cosa serve un oggetto e inizi a chiederti a cosa potrebbe servire.
È un cambio di prospettiva, non di funzione.
È il momento in cui l’inutile inizia a divertire.
La cornice orribile, quella con le decorazioni eccessive e il colore indefinibile, non viene buttata ma promossa.
Onora e sottolinea una foto mossa, una faccia a metà, un ricordo che vuole regalare una risata.
E improvvisamente la cornice trova la sua coerenza: rendere ancor più divertente una foto che lo è già. Sembra nata per quello.
La lampada che non illumina, o che illumina male, smette di lottare contro la propria natura.
Non deve più fare luce. Diventa presenza scenica. Oggetto che c’è e basta. Nessuno la accende davvero, ma tutti la notano proprio perché non la vedono mai accesa.
E va bene così.
Il soprammobile incomprensibile, quello che nessuno ha mai saputo descrivere senza usare la parola “coso”, trova la sua funzione più alta: essere una barzelletta silenziosa.
Sta lì, sul mobile del salotto, e non fa nulla se non esistere in modo imbarazzante. Ogni ospite lo guarda, fa una pausa, e poi chiede:
“Cos’è?”
E in quella domanda, e nella tua faccia che non ha bisogno di parole, vive tutta la sua utilità.
Il riciclo creativo è questo: accettare che un oggetto non sarà mai quello che doveva essere, ma può diventare qualcosa di meglio se fa divertire.
È il trionfo dell’adattamento umano.
La capacità di prendere una cosa inutile e trasformarla in un motivo per sorridere. Perché se una cosa non serve a niente, può sempre servire a far ridere.
E tra tutte le funzioni possibili, è una delle più utili. Saper far ridere è senza dubbio una qualità preziosa.
Alla fine, il riciclo creativo non salva l’oggetto.
Salva noi.
Il terzo livello: il riciclo sociale
C’è poi il riciclo più delicato di tutti: quello che coinvolge gli esseri umani.
Non gli oggetti, ma le persone, le relazioni.
Perché riciclare un regalo e passarlo a qualcun altro, significa riciclare il pensiero.
Il regalo viene passato. Regalato di nuovo. Riproposto.
Tutti lo fanno ma nessuno lo ammette.
Qui si entra in una zona etica grigia, ma necessaria. Una zona in cui nessuno è davvero innocente e nessuno è davvero colpevole. Tutti sanno che il regalo riciclato esiste, tutti frequentano quella zona grigia, ma nessuno la nomina.
E lo sa soprattutto chi fa regali inutili, cioè noi tutti. Lo sappiamo già quando lo compriamo che al 99,9% sarà riciclato come regalo per qualcun altro. Il restante 0,1% è la probabilità che venga perso.
Riciclare un regalo è una pratica silenziosa, condivisa, tramandata ma mai confessata.
Il rito del regalo riciclato si fa con discrezione.
Con pudore.
Con la stessa naturalezza con cui si mangia un piatto di spaghetti al pomodoro, ma adattandolo al contesto: cambiando piatto, aggiungendo una foglia di basilico, un pizzico di peperoncino.
Il riciclo sociale richiede tecnica: il biglietto va personalizzato, l’incarto rinnovato, la busta deve essere all’ultima moda.
Di tempo ne deve passare abbastanza perché la memoria collettiva si annebbi e non si corra il rischio che qualcuno abbia la sensazione di averlo già visto comparire in un’altra occasione.
E, soprattutto, serve una buona storia di copertura.
“L’ho visto e ho pensato a te.”
“Mi ha ricordato casa tua.”
“È una cosa particolare, non è per tutti.”
Frasi elastiche, sempre le stesse, adattabili a ogni oggetto e a ogni circostanza.
Il regalo inutile, così, viaggia. Cambia casa. Cambia mani. Cambia festività: natale, compleanno, onomastico, pensionamento.
A volte ritorna, ma finge di non riconoscerti. E tu fai lo stesso. Anche per educazione.
E a ogni passaggio quel regalo migliora. Non perché diventa più bello o più utile, ma perché accumula storie.
Ogni proprietario aggiunge un atto di una commedia che è sempre la stessa: un imbarazzo, una risata, un cassetto in più.
L’oggetto, così, diventa quasi leggendario, immortale.
C’è chi giura di aver visto lo stesso regalo comparire in tre case diverse.
C’è chi sospetta, ma non dice nulla.
C’è chi riconosce l’oggetto e lo saluta in silenzio.
Il riciclo sociale non è una truffa.
È una forma di economia a favore della terra, è un salvatore di relazioni: evita sprechi, salva rapporti, mantiene la pace.
È l’arte di non buttare via le cose e, soprattutto, di non buttare via le persone per colpa delle cose.
In fondo, non è il regalo a contare, ma il gesto.
E se il gesto può continuare a vivere passando di mano in mano, allora va bene così.
Il regalo inutile diventa messaggero di esperienze.
Porta con sé un po’ di imbarazzo, un po’ di ironia, un po’ di umanità.
Qualcosa inizia il suo viaggio.
Ora, cancella dalla tua mente tutto quello che hai letto in questo ultimo paragrafo dedicato al regalo riciclato (per divenire regalo per qualcun altro) e devo darti ragione sull’unica verità: il regalo che passa di ricorrenza in ricorrenza, di mano in mano, non è altro che un modo, a volte poco onorevole, per risparmiare!
Il riciclo più importante
Ma il vero riciclo non riguarda gli oggetti né i pensieri, veri o presunti, con cui si regala o si ricicla qualcosa.
In realtà, si riciclano le figuracce.
Si riciclano i sorrisi finti, che col tempo diventano risate.
Si riciclano i momenti imbarazzanti, trasformandoli in racconti divertenti da fare a tavola.
Il regalo inutile, e riciclabile, con il tempo non perde valore, ne acquista, diventando ricordo, risata condivisa. Diventa quella frase che inizia sempre con:
“Ti ricordi quella volta che…?”
Ma il riciclo più importante è anche quello che non va mai fatto. C’è una cosa che non va riciclata mai.
È la risata.
Quella non va riutilizzata, non va riciclata, non va riproposta uguale a prima.
La risata deve essere sempre nuova. Anche quando nasce dalla stessa storia. Anche quando parte dallo stesso regalo inutile.
Perché la risata è vita.
È il segno che, nonostante tutto, abbiamo ancora voglia di prenderci un po’ meno sul serio.
SCHEDA ATTO V
Pensa a un regalo che hai riciclato a qualcun altro.
☐ non posso rispondere a queste domande perché non ho mai riciclato un regalo (ma chi ti crede?)
Che cos’era:
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Chi me l’aveva regalato:
……………………………………………
A chi lo ho rifilato:
……………………………………………
Quanto mi faceva schifo (0–10):
0 ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ 10
Credo di aver ricevuto questo numero di regali riciclati:
☐ Nessuno (ahahahahahah… illuso/a!)
☐ Meno di 5
☐ Più di 5
Quando ricevo un regalo che non mi serve, quanta è grande la voglia immediata di riciclare (0–10):
0 ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ 10
Per me, riciclare un regalo è:
☐ Una cafonata
☐ Giusto
☐ Un gesto nobile per il mondo
Valutazione di questo ATTO V:
☐ 0
☐ 1
☐ 2
☐ 3
☐ 4
☐ 5
☐ 6
☐ 7
☐ 8
☐ 9
☐ 10
Le mie considerazioni:
…………………………………………………………………
…………………………………………………………………
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ATTO VI
Il senso dell’inutile
C’è un momento preciso, difficile da collocare nel tempo ma facilissimo da riconoscere, in cui smetti di arrabbiarti con i regali inutili.
Non succede all’improvviso, non è una rivelazione mistica. Succede per stanchezza, per accumulo, per resa di fronte ai tanti regali inutili che ti circondano e occupano abusivamente degli spazi in casa tua.
Hai visto troppi oggetti che non servono a niente per continuare a prendertela. Ormai sei assuefatto.
In quel momento inizi a capire che il problema non è l’inutile. Il problema è l’idea (sbagliata) che tutto debba essere necessariamente utile.
Viviamo circondati da cose che devono funzionare, performare, migliorare qualcosa. Anche i regali, ormai, devono essere intelligenti, esperienziali, sostenibili, possibilmente utili alla crescita personale.
Devono servire a qualcosa di significativo, al più presto. Subito.
Il regalo inutile no.
Il regalo inutile arriva, occupa spazio e non promette nulla. Non migliora la tua vita né la semplifica. Ma neanche la complica. E, proprio per questo, paradossalmente, ti dice una verità che gli altri regali non hanno il coraggio di dire:
“Non tutto deve necessariamente servire a qualcosa di specifico per essere utile.”
Se ripensiamo alla pantomima dello scarto dei regali, è un momento in cui l’inutile si manifesta con tutta la sua potenza comica e, insieme, simpaticamente tragica.
È un rito teatrale che si ripete in tutte le case: occhi che brillano un po’ troppo, sorrisi che non corrispondono a ciò che si pensa, commenti che cercano disperatamente di sembrare entusiasti.
Ognuno, a turno, fa una parte diversa.
A natale, ad esempio, in pochi minuti si passa da fare la parte del/della regalante, che deve far finta di essersi impegnato a scegliere quel regalo e di non capire che ha generato solo delusione; di chi apre il regalo e deve nascondere la delusione ostentando sorrisi; del pubblico che vorrebbe ridere ma non può.
A turno, si è vittima, spettatore e carnefice.
Quando si apre un pacco che nasconde un regalo inutile, c’è sempre un attimo di sospensione.
Tutti sanno che il regalo non servirà a niente.
Tutti sanno che è brutto, persino imbarazzante.
Ma tutti fingono. È educazione, affetto, diplomazia familiare e amicale.
Il sorriso falso da selfie diventa un piccolo spettacolo: denti perfettamente allineati, occhi leggermente socchiusi, la voce che sale di tono: “Che bello, grazie!”
Il pensiero reale è: “Ma come diavolo hai avuto questa idea? In quale parte dell’anima risiede il coraggio di rifilarmi sta cosa?”
Quella recita dei pacchi è il primo passo verso la vera magia dell’inutile: crea legami, genera risate condivise, e costruisce ricordi preziosi.
Tutti fingono di apprezzare. Tutti fingono di non capire. Tutti sanno che è una recita. E tutti, in fondo, si divertono di più di quanto ammetterebbero.
Compreso chi lo riceve quel regalo inutile.
La gara non è a chi fa il regalo migliore, ma a chi riceve il regalo più inutile. Subentra quasi l’orgoglio di aver ricevuto il regalo peggiore.
Dopo il momento della recita, quando i pacchi sono aperti, i nastri tagliati e la carta stropicciata, succede la trasformazione: il regalo smette di essere co-protagonista di una commedia e diventa libertà.
Libertà di pensare la qualunque, libertà di recitare una parte, libertà di fare di quell’oggetto quello che si vuole.
Ma proprio perché i ruoli sono intercambiabili, la falsità generalizzata durante lo scarto è ormai un rito popolare che accomuna tutti.
Non esiste offesa, non esiste offeso e non esiste altra strada che quella della risata, esplicita o trattenuta.
I gruppi più affiatati, familiari e non, fanno del rito dello scarto un momento divertente e di teatralizzazione delle solite dinamiche.
L’augurio è di far parte di tanti di questi gruppi: da schiantare dalle risate.
L’inutile come test di affetto
Molti regali inutili non nascono per essere usati, ma per essere dati. Sono il frutto di un pensiero rapido, confuso, spesso, ma non sempre, affettuoso.
Qualcuno ti ha visto, ti ha pensato, ti ha immaginato, magari male, ma lo ha fatto.
Dietro a ogni oggetto assurdo c’è una frase non detta:
“Non sapevo cosa regalarti, ma volevo regalarti qualcosa.”
Il regalo inutile è goffo. Come certi abbracci. Come certi tentativi di dire qualcosa di importante senza avere le parole giuste. Perché le relazioni vere sono piene di piccoli fraintendimenti.
Nessuno ci conosce davvero del tutto.
Spesso, nemmeno noi stessi.
Pretendere che un regalo ci rappresenti perfettamente è chiedere troppo ad un oggetto, o no?
L’inutile come allenamento all’indulgenza
Il regalo inutile ti costringe a essere indulgente.
Con chi lo ha fatto, certo. Ma soprattutto con te stesso, con la tua pazienza e tolleranza.
Ti insegna a non correggere tutto. A non ottimizzare tutto. A non trasformare ogni errore in una tragedia.
Se riesci a convivere con una lampada brutta e che non illumina, puoi convivere anche con una giornata storta, una risposta sbagliata, un progetto che non è venuto come volevi.
E se poi quella lampada non è solo brutta, ma brutta-brutta, allora ti allena a sopportare tante cose più serie.
Il regalo inutile diventa utile nella misura in cui ti prepara alla vita vera, quella che raramente funziona come da manuale.
L’inutile come produttore di storie
Nessuno racconta mai la storia di un regalo riuscito. Nessuno dice: “Ti ricordi quella volta che mi hanno regalato una cosa perfetta e l’ho usata esattamente come previsto?”
I regali inutili, invece, diventano patrimonio di risate. Tornano fuori a distanza di anni. Cambiano forma nel racconto, migliorano col tempo.
Stuzzicano la fantasia.
Un regalo inutile non invecchia mai.
Può essere la cornice storta che ogni anno fa ridere tutti quando la appendi solo e soltanto per scherzare e farti prendere in giro, o il pupazzo che continua a fare rumori impossibili, o il gioco da tavolo che nessuno sa mai come giocare, ma che diventa un rituale di amicizia e allegria.
Molto spesso è proprio quella cyclette che ha fatto zero metri ma ha sostenuto quintali di vestiti e borse.
Qualunque forma acquisisca, il regalo inutile entra ed esce dalle nostre vite, a volte senza neanche accorgercene.
L’inutile come pausa dal senso
Ci sono giorni in cui tutto deve avere un motivo. Tutto deve avere un senso, una direzione.
Anche noi dobbiamo spiegare cosa stiamo facendo, perché lo facciamo, dove stiamo andando.
L’inutile rompe questa tensione.
È un oggetto che esiste… senza senso.
E la sua esistenza ti autorizza, per un attimo, a fare lo stesso: a non avere un piano, a non essere efficiente, a non essere interessante.
A essere solo presente.
A stare, sereno, dove stai, senza un perché.
Come quelle persone che là le metti e là le trovi dopo un’ora; quelle che in una tavolata tra amici ti accorgi che esistono solo quando si deve dividere il conto.
“Ragà, viene 200 euro diviso 8…”
“Gaudenzio, vedi che siamo 9!”
“Ma come 9? Siamo io, tu, Ermenegildo, Cunegonda, Geltrude, Eustachia, Teopompo e Astolfo.”
“Ma no, hai dimenticato quell’altro! Non mi viene nemmeno il nome, troppo difficile da ricordare.”
“Ah si, Pancrazio, è vero. Non ha detto una parola tutta la sera perciò me l’ero dimenticato e non l’ho contato. Ok, allora siamo noi 8, più Marco 9.”
Marco sarà anche inutile alle dinamiche della compagnia, ma forse avrà qualche buon motivo per parlare poco e pensare a mangiare, cari Pancrazio, Gaudenzio, Ermenegildo, Cunegonda, Geltrude, Eustachia, Teopompo e Astolfo.
E poi, è lui quello “strano”?
Ecco un esempio di qualcosa che non ha senso ma che poteva nascere solo dal parlare di qualcosa senza senso.
Capito il senso?
L’inutile è davvero inutile?
In un mondo che misura tutto, l’inutile è un atto politico, anche se non lo sa.
Non produce valore, non genera profitto, non migliora le prestazioni.
Sta lì e basta.
E proprio per questo resiste alla continua ricerca di efficienza.
Non chiede attenzioni.
Non ha versioni nuove né aggiornamenti.
Non diventa mai superato, solo perché non è mai stato attuale.
È anarchia allo stato puro.
È anarchia perché non vuole cambiare il mondo.
Lo rende solo un po’ meno rigido, senza troppe regole.
Non rispetta le gerarchie, non obbedisce agli scopi, non riconosce la domanda “A cosa servi?”
Esiste e basta.
In un mondo dove tutto deve avere senso e giustificarsi con la logica, l’inutile è un atto sovversivo.
È un oggetto che non migliora la vita e neanche la peggiora, semplicemente partecipa.
L’inutile non protesta, non alza la voce.
Ma è più pericoloso: ignora.
Non promette nulla e mantiene tutto.
Non delude nessuno perché non crea aspettative.
Non fa danni perché, in realtà, non fa e basta.
Mentre tutto corre, l’inutile resta fermo.
Mentre tutto chiede senso, lui lo sospende.
Ed è proprio questa sospensione a creare un piccolo corto circuito: l’inutile ti costringe a rallentare, a fermarti a guardarlo, a pensare a lui, a chiederti cosa farne, dove metterlo.
L’inutile, finalmente, non dà certezze, ma neanche ne toglie.
Semplicemente, ti fa porre domande, che insegnano più delle certezze.
Se questo libro inutile ti ha aiutato un po’ a sorridere e un po’ a riflettere, allora, forse, è stato poco inutile.
E se non ti è piaciuto, pazienza, chi te lo ha regalato comunque ha avuto un pensiero per te.
E in mezzo a regole, obiettivi, scadenze e stress, forse è proprio questo il ruolo dell’inutile:
non servire a niente… ma farlo benissimo!
SCHEDA ATTO VI – FINALE
Una cosa inutile che mi fa stare bene:
……………………………………………
Una cosa che sembrava inutile e si è rivelata utilissima:
……………………………………………
Una cosa che sembrava utile e invece era inutile :
……………………………………………
Quanto credo nell’utilità dell’inutilità (0–10):
0 ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ ◯ 10
Valutazione di questo ATTO VI:
☐ 0
☐ 1
☐ 2
☐ 3
☐ 4
☐ 5
☐ 6
☐ 7
☐ 8
☐ 9
☐ 10
Le mie considerazioni:
…………………………………………………………………
…………………………………………………………………
…………………………………………………………………
Questo libro è stato (mi raccomando: usa la stessa sincerità con cui hai detto “che bello!” scartando l’ultimo regalo sbagliato che hai ricevuto):
☐ Inutile
☐ Divertente
☐ Inaspettato
☐ Da regalare
☐ Da riciclare
☐ Una schifezza
☐ Una vera schifezza
☐ Un’offesa all’intelligenza umana
☐ Restituitemi i soldi!
☐ Andate ad arrestare chi me l’ha regalato
Se sei arrivato fin qui,
o hai aperto a caso questa pagina
o hai letto tutto…
GRAZIE comunque!
Se hai completato anche le inutili schede alla fine di ogni atto, ti serve una vacanza. Lunga.
Se hai scritto a penna
non mi puoi più riciclare!